Sentirsi più forte di ogni addio

Sentirsi più forte di ogni addio.

Avete mai provato a dire addio a qualcuno?

Come siete stati? Quanto è stato difficile, intenso, pauroso?

C’è un modo per interpretare gli addii in modo bello e significativo?

Più forte di ogni addio

Intro

Enrico Galiano riesce sempre a stupirmi. Dopo l’intensità dei primi due romanzi è in grado di scuotermi anche con questo terzo. “Più forte di ogni addio” è duro, tosto, indigesto in alcuni passaggi. Perché tocca temi non scontati. Situazioni che io perlomeno non posso nemmeno immaginare di vivere.

Mi sono spesso domandato durante la lettura quanto sarebbe stato diverso leggerlo nel periodo liceale. Quando le emozioni sono pure, incontaminate. Quanto tutto sembra bianco o nero. Quando il mondo che non ci capisce è cattivo e molto spesso troppo adulto per vedere oltre il nostro muro di cinta.

Enrico Galiano è un professore di Pordenone, molto attento a ciò che accade nel mondo complesso e strano dei suoi studenti. Probabilmente, è uno capace di aggirare i muri di cinta. Di andare oltre la stranezza e la sensazione di instabilità e vuoto che a volte lasciano trasparire fuori da quelle mura.

Come eravate voi da adolescenti? Ve lo ricordate? Quali erano i vostri sogni? A chi li rivelavate? Come il mondo adulto vi trattava quando ne scopriva anche solamente una piccola parte?

L’adolescenza

L’Adolescenza è un viaggio. Sai più o meno quando inizia. Ma non sempre ti accorgi quando finisce 😊. Regala gioie pure e dolori devastanti. Una montagna russa di emozioni che non sai di aver scelto di sfidare.

Nessuno ti insegna come si gestiscano queste bizzarre robe che si prendono la pancia e la mettono a soqquadro senza alcun minimo preavviso.

I sogni ci lanciano verso l’infinito e le sconfitte ci riportano alla realtà, obbligandoci a rinunciare o a ripartire. Tutto fa esperienza e chi sta intorno ha il compito di aiutarci a costruire una sorta di legenda interpretativa. Senza di essa è difficile comprendere cosa possiamo apprendere da ciò che ci accade.

Le cadute possono essere vissute come errori da cui apprendere o sconfitte e fallimenti da cui generalizzare le nostre incapacità e l’inconsistenza dei nostri sgogni.

Eppure, anche chi di dovere o meglio chi di potere, visto il proprio ruolo nella vita di chi cresce, parlo di professori e genitori, fa fatica a “vedere” bene ciò che accade dentro a un ragazzo o a una ragazza che, a poco a poco, si sente troppo grande per i vestiti che indossa. Sente reazioni esplosive che non sa gestire.

Il problema è che nemmeno il mondo degli adulti è in grado di interpretare al meglio ciò che accade. I grandi hanno passato quel periodo e l’hanno superato non sempre in modo sano e non sempre trovando un reale equilibrio.

Tra l’altro, forse l’equilibrio è proprio comprendere che una ricetta non esiste e che la vita è fatta di curiosità e scoperte. Per questa ragione, non è certo che ciò che è valso per loro possa calzare bene per i loro figli.

Chiunque abbia tenuto un sano ricordo di quel periodo può trovarsi facilmente nelle parole che descrivono quel ricordo.

È proprio in quella fase della vita che Michele e Nina che si incontrano. Quasi diciottenni e quasi per caso, si trovano sul treno che li porta a scuola nel loro ultimo anno di liceo.

Uno sguardo nel mondo di Michele

Michele è un ragazzo alto, bello, volenteroso. Ogni mattina, autonomamente, va da casa alla stazione e prende il treno per giungere a lezione in tempo.

So che vi sembra tutto normale. Peccato che Michele abbia avuto, cinque anni prima, un grave incidente in macchina e sia rimasto purtroppo cieco.

La madre, pur volendolo proteggere dal mondo che l’aveva già così profondamente segnato, asseconda lo spirito battagliero e avventuriero di una persona che non vuole precludersi nulla pur non potendo fare affidamento sulla propria vista.

“Il percorso lo avevo studiato, imparato a memoria, ripassato prima di andare a dormire. E infine messo in pratica. Duecentododici passi a sinistra. Stop. Attraversare. Centocinque passi dritto. Stop. Attraversare. Muro. Cinquantanove passi a sinistra. Stop. Trecentosettanta a destra. Stop. Semaforo. Aspettare il segnale sonoro accelerato. Attraversare. Dodici passi a destra. Arrivato.”

Michele non è sempre stato così intraprendente nel vivere la propria sfortuna. Aveva quasi raggiunto il suo grande sogno. E quella notte a causa di una Mercedes, tutto era svanito nel nulla. Puf. Come una bolla di sapone.

Suo padre l’aveva messo in guardia rispetto alle difficoltà della vita, al non adagiarsi sugli allori, a essere sempre cauti nel festeggiare, perché, prima o poi, tutto svanisce. Ma non riusciva ancora a crederci che fosse capitato così in fretta.

Suo papà per proteggerlo l’aveva sempre dissuaso da ogni sogno. E la vita sembrava a volte dargli fin troppa ragione. A volte, pensava che portassero anche un po’ sfiga le preoccupazione di suo papà.

Per fortuna da quando ha saputo reagire, il mondo ha cominciato a parlargli. A farsi colorato. In modo differente. È come se tutti i sensi cercassero di contribuire a fargli sentire i colori. E così dentro la sua mente tutto diventa fluido. I profumi si trasformano in colori, le musiche, le voci si trasformano in forme.

Non è scontato che i suoi amici riescano a capirlo. Lui ci vede. In modo diverso. E a volte anche più di quanto veda una persona a cui gli occhi funzionano bene. E di questo se ne accorgerà presto anche Nina.

Orchidea

Nina e l’amore per le orchidee.

Nina è dolce. Sensibile. Empatica. Forse troppo, perché si sente incapace di creare spazio tra quel che prova l’altro e il proprio sé. Un po’ come era suo papà. Un uomo che l’aveva sempre innaffiata, facendola sentire bene nel suo essere così.

In psicologia, questo tipo di persona trova un suo vocabolo. Orchidea. Sono persone che non hanno scudi di fronte al dolore altrui. Lo percepiscono fino in fondo. Lo sentono dentro come se stesse accadendo a loro stessi.

Per quanto possa essere bello vivere le emozioni, sentirsi nudi davanti ad esse può far male. Per proteggersi da questa propria vulnerabilità porta sempre al collo la collanina che le ha regalato suo padre. Non le è piaciuta nemmeno quando gliela regalò anni prima. Raffigura il volto di Homer Simpson.

Ma da quando suo papà non c’è più è l’unica cosa che le infonde forza e le sembra proteggerla davanti a tutto ciò che altrimenti sarebbe in grado di farla soffrire.

Nello stesso tempo, sua madre è consapevole delle difficoltà che l’essere orchidea può generare e, così, fa di tutto per insegnarle ad essere un soffione. Una persona capace di essere leggera, per quanto dolce, saper stare alla giusta distanza da ciò che l’intorno le butta addosso.

L’idea di essere soffione (o tarassaco) non le dispiace affatto. Anche se scopre presto quanto sia dura cambiare pelle.

Il destino quanto può le strade che possiamo prendere e gli incontri che possiamo fare?

L’incontro tra Nina e Michele

Non so se crediate nel destino o meno. Nella divina provvidenza. Nel caso, nel caos. Io non so se crederci o meno. La vita mi sembra costellata di stazioni e di fitti scambi dove i treni possono prendere direzioni differenti. Sta a noi scegliere quali treni prendere e quali scambi ruotare.

Così mi convinco di avere possibilità di scegliere. Ma ogni tanto capita che gli scambi ci facciano avvicinare e ci attirino verso persone che ci attraggono. E tutto ciò avviene come per magia.

Nel libro c’è una metafora che mi piace molto. Una metafora che proviene dalla fisica.

Vi siete mai chiesti perché due gocce sul parabrezza diventano una goccia sola anche se una non passa sopra l’altra, ma passano solo vicine?

Perché sono fatte della stessa sostanza. Sono molecole uguali. Pertanto, iniziano a cercarsi. Si chiamano. Si trovano anche se sono distanti. Infine, basta che si avvicinino, anche leggermente, per riconoscersi.

“E da lì in poi saranno una goccia sola, anche se in realtà lo sono sempre state.”

Non sono in grado di leggervi nella mente e di vivere quali associazioni abbiate fatto. Mi porto casa un mutamento nel mio modo di interpretare il destino.

Il sistema degli scambi di cui vi ho parlato poc’anzi subisce delle influenze incalcolabili. Le nostre somiglianze e le nostre differenze influenzano la direzione dei treni e ci fanno avvicinare a tal punto da farci sfiorare e, così, incontrare.

Michele così incontra Nina. Si trovano sullo stesso treno. Michele ne sente il profumo. E riesce a vederne la bellezza, il valore intrinseco. La dolcezza sconfinata. Probabilmente, percepisce intuitivamente il suo essere orchidea.

Nina, d’altro canto, non sa come possa essere stata scelta. Non ha idea di come possa comparirle davanti una persona cieca con tale puntualità. Facendola addirittura capitolare sopra di lui a causa di una brusca frenata. Una frenata così improvvisa facilita il destino e rende il primo contatto più casuale che mai.

Equilibrio dietro la follia

Equilibrio dietro la follia

“Come si sta a essere ciechi?”. Domanda diretta, dritto al punto nevralgico. Un harakiri per una persona Orchidea. Eppure, Nina pone proprio questo quesito subito al primo incontro.

Michele, pur amando le persone schiette, capaci di andare oltre la sua problematica fisica, rimane indispettito. Ne legge una certa incuria relazionale. Una ruvidità difficile da digerire. Più avanti, Michele saprà comprendere meglio il perché di una tale domanda. Fortunatamente, non si lascia spaventare.

Michele inizia un viaggio fatto di tante piccole tappe. Tanti TED da 12 minuti. Non preoccupatevi nono parlo di TED tradizionali in questo caso. Mi riferisco a un nuovo acronimo Tante Emozioni Dentro 😊

“Quei dodici minuti di viaggio erano tutto quello che mi importava delle mie giornate, il motivo per cui mi svegliavo al mattino.”

Il viaggiare non si limita al solo treno. E le scoperte che vengono fatte toccano emozioni profonde, drammi personali, incomprensioni comprensibili, mai ossimoro mi è stato più chiaro.

“Quando io e lui abbiamo iniziato a fare questo gioco, sembrava come se qualcuno finalmente fosse entrato nel museo, tipo di nascosto, ed era felice di essere lì! Non mi era mai successo, sai?»

«Bello, vero?»

«Bello e anche brutto.»

«Perché?»

«Perché a volte ci sono quadri che magari uno non vuole che siano visti.»

Tutto e il contrario di tutto. Un po’ come gli adolescenti credo. A noi adulti fanno paura, perché ci richiamano la parte bambina che è ancora in noi che cerchiamo di tenere nascosta.

Cosa mi posso portare da questo libro e dal mondo di Nina e Michele?

Mollettina

Conclusioni

Nina e Michele li vorrei conoscere. Come vorrei conoscere dal vivo Enrico Galiano che riesce a estrarre dall’umanità che incontra ogni anno a scuola attimi di rara potenza espressiva. Il dramma dipinto nei suoi libri perde la tristezza fine a se stessa per diventare forza d’animo e speranza.

Amo i suoi cambi di prospettiva e la sua capacità di descrivere il vissuto dei suoi personaggi. Me li fa conoscere quasi personalmente. Non so cosa significhi essere cieco. Spero di non doverlo mai provare. Ma ammiro e mi lascio ispirare da questa bellissima frase di Michele:

“Vado a sbattere contro gli spigoli, ma una cosa la so: l’amore non è parlare la stessa lingua. È, tipo, capirsi parlando due lingue diverse.”

Anche se vediamo con gli occhi, molto spesso ci perdiamo tutto il resto. E, spesso, non sappiamo riconoscere ciò che abbiamo di fronte perché non siamo più in grado di sentirne il profumo e di farci rapire dal contatto con l’altro.

Vorrei lasciarla attaccata al bavero o alla giacca di tante persone che, come me, hanno bisogno di ricordarsi ogni tanto di questo messaggio. Sarei felice di farlo con il tempismo di Nina, che riesce a regalare 44 frasi differenti per scuotere persone che hanno bisogno solo di una leggera spinta per fare un primo passo.

Grazie Michele, grazie Nina, grazie Enrico per questo bellissimo viaggio. Spero di saperne trarre gli insegnamenti che credo di aver colto. E spero di metterli in pratica nei prossimi appuntamenti con il destino.

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