Contro l’empatia – Essere empatici o non essere empatici … questo è il problema?

Intro

Ci fu un giorno in cui gli inglesi, durante la seconda guerra mondiale, riuscirono a decriptare il codice Enigma, grazie alle intuizioni di Alan Touring. Scoprirono che Conventry sarebbe stata oggetto di attacco e sarebbero morte molte persone.

Allo stesso tempo, avevano individuato alcuni bersagli successivi dove con una buona controffensiva potevano aggredire il nemico talmente bene da ridurre di molto la sua potenza bellica.

Cosa fare?

Ove, avessero protetto Coventry avrebbero rivelato ai tedeschi che conoscevano il dice Enigma e quindi avrebbero perso il vantaggio acquisto. Non proteggere Coventry, però, avrebbe voluto dire, far morire dei propri concittadini.

Cosa avreste fatto al posto dei comandanti? Avreste salvato la vostra cittadina? O avreste sperato di vincere la guerra abbattendo il nemico grazie al vantaggio acquisito con la decriptazione del codice, impedendo la morte di ancor più persone provenienti da più nazioni?

Questo dilemma è uno dei più interessanti che ho trovato all’interno del libro. Non so dirvi se esista una risposta giusta o sbagliata assoluta. Ogni scelta ha un margine di rischio e … Forse non esiste mai una scelta che soddisfi al 100% le nostre aspettative (scegliere una soluzione a rischio 0)

Il dilemma rimane molto utile anche per un altro motivo. Provate entrare all’interno di questo dilemma, come direbbe Alberto Angela, pensando di essere uno dei comandanti che doveva prendere la decisione. La città, però, è quella da cui provenite. Pensate al volto dei vostri amici che potrebbero venire uccisi dall’armata tedesca.

Come decidereste? Quale scelta sarebbe giusta? Come ragionereste?

In questo secondo caso, è probabile che dentro di voi sia partita una schicchera di empatia. E la scelta potrebbe così ricadere sul salvare la vostra città e rischiare di non contribuire alla fine della guerra.

Da un punto di vista statistico la vostra azione ha contribuito a mettere in situazione di rischio molte più persone e magari a provocare molti più morti di quelli della vostra città di provenienza.

Un ragionamento logico razionale (chi ha competenze belliche ha strumenti di valutazione diversi dai nostri o perlomeno dai miei 😊), invece, vi avrebbe portato a scegliere di aspettare e rischiare la morte delle persone più vicine a voi.

Ora come vi sentite?

Come l’Intelligenza emotiva ci può aiutare

È interessante questo aneddoto perché racchiude una delle definizioni di intelligenza emotiva che preferisco: prendere decisioni sostenibili nel tempo che combinino la parte razionale ed emozionale (Six Seconds).

Quale è la decisione quindi che meglio risponde a questa definizione?

Probabilmente, quella che hanno poi preso gli Inglesi. Hanno lasciato che morissero le persone di Coventry e poi hanno disintegrato le forze tedesche negli scontri successivi, permettendo un accelerata verso la fine di un conflitto mondiale che aveva già sulla coscienza moltissime morti.

Quindi, non sempre un approccio empatico può generare soluzioni sostenibili nel tempo?

In diverse situazioni sembrerebbe così. Quando facciamo donazioni a una onlus, non ci chiediamo come spendono i loro soldi, non cerchiamo di capire la loro effettiva capacità di fare la differenza nelle cause che portano avanti.

Spesso, invece, ci influenzano di più le foto dei bimbi in difficoltà e quell’immedesimazione ci spinge all’azione. Perché aiutare quel bambino in foto ci fa sentire migliori. Eppure, tante volte, magari lo facciamo in direzioni sbagliate, dove gli effetti del nostro contribuito è davvero esiguo.

Anche i politici stanno, in questo momento storico (ci sono le elezioni a settembre 2022), utilizzando questo meccanismo per corroborare le loro cause. Invece di argomentare i programmi con le statistiche, parlano solo dei singoli casi che possono attivare le reazioni dei loro potenziali elettori.

Se vogliono parlare contro l’immigrazione e di problema della sicurezza, iniziano a raccontare di singoli casi avvenuti (una donna stuprata da un nero, un uomo ucciso da un extracomunitario) nei giorni precedenti, facendo sì che la popolazione si immedesimi in modo forte.

Quest’empatizzare inconscio è incredibilmente potente.

E la parte razionale?

Nessuno ci racconta però davvero come stanno le cose attraverso i dati, perché la parte razionale non è semplice da decriptare e non provoca emozioni forti. Ma … Spesso è quella che ci porta a decisioni migliori. E qui viene il problema.

Paul Bloom, psicologo di Yale, in Contro l’empatia, ci parla proprio di questo. Cerca di difendere la razionalità (Liberilibri, 2019), tornando sul vecchio problema della relazione tra ragione e emozioni nella capacità di prendere decisioni moralmente corrette e sostenibili nel lungo periodo.

“Più cervello e meno cuore” è uno dei suoi claim. Io non concordo, ma comprendo che sia una sorta di provocazione. Condivido però che l’empatia da sola sia una pessima guida morale, perché getta le basi per giudizi insensati e può condurre anche a decisioni irrazionali e ingiuste.

Una casistica semplice da discutere e che dimostra questo punto è quella dell’educazione dei figli. Quando li rimproveriamo per qualcosa che hanno fatto, possiamo poi entrare in conflitto con la difficoltà di vivere empaticamente loro sofferenza.

Questa difficoltà a navigare la paura o la tristezza di vedere soffrire l’altro potrebbe portarci a diventare troppo indulgenti e a ridurre i momenti di conflitto, ma, nel lungo periodo, potremmo scoprire che …

Tutto ciò non funziona perché il bambino così non impara quel che è importante per la sua stessa sopravvivenza. I buoni comportamenti non sono sempre i più semplici da adottare e avere una buona guida genitoriale (o da parte delle persone che ne fanno le veci) è il segreto per avere una vita sana e sostenibile.

A conti fatti quindi può renderci persino persone peggiori e farci fare cose davvero sbagliate.

Ma parliamo davvero di empatia a tutto tondo o può esistere un modo per creare pace tra questi due mondi che sembrano in eterno conflitto? L’empatia può far pace con la ragione?

Un’unica empatia?

In realtà, è lo stesso Paul Bloom a rispondere tra le righe del suo libro. Non esiste un solo tipo di empatia. Ne esistono almeno due e forse tre direbbe Goleman:

  • l’empatia cognitiva (comprendo quel che senti e riesco a non farmi influenzare dentro dalle emozioni che provi),
  • l’empatia emozionale (comprendo quel che senti e mi lascio influenzare in modo forte da ciò che provi),
  • l’empatia compassionevole (comprendo quel che senti, mi lascio influenzare in modo forte e sento una spinta a darti una mano) che Bloom non cita.

Spesso quando ne parliamo in aula (mi occupo di formazione e coaching per chi non lo sapesse), tanti sentono come migliori la seconda e la terza (per tanto tempo l’ho pensato anche io anzi l’ho proprio creduto 😉 che è peggio).

Il nostro obiettivo invece è quello di scegliere con consapevolezza quale livello in quel momento sia più utile per navigare la situazione che stiamo vivendo. Qualche volta non abbiamo energia per scendere nei due livelli successivi, altre volte è totalmente improduttivo. Per cui è importante saper scegliere.

Per esempio, ascoltare il problema di qualcuno che ha bisogno di sfogarsi attivando l’empatia cognitiva può essere una scelta vincente perché potremmo non avere a forza di accogliere quelle emozioni in quel determinato momento.

Aiutare qualcuno quando non si hanno le forze spesso genera malessere doppio 😊 O potrebbe essere inutile perché rischieremmo di enfatizzare o, addirittura, rinforzare lo stato emozionale dell’altro senza aggiungere benessere alla situazione.

Lasciare sfogare chi vive un momento emozionale intenso è una delle azioni più importanti della competenza che Six Seconds chiama Navigare le emozioni.

In altre situazioni, invece, potremmo aver davanti qualcuno che soffre e che ha bisogno di una mano e serve essere in grado di entrare nelle sue scarpe almeno per qualche momento. È un atto intenzionale che ha come scopo il comprendere davvero quel che l’altro sta vivendo dal suo punto di vista percettivo.

È un atto molto dispendioso e anche rischioso. Lo scopo non è abbandonarsi con l’altro, altrimenti rischiamo di farci portare giù dal suo vortice. L’obiettivo è entrare per comprendere e ritornare al livello più cognitivo per scegliere che azione sia meglio mettere in campo per il benessere dell’altro.

A volte, però, quando si entra all’interno di questo livello di empatia, possiamo sentire davvero un profondo bisogno di aiuto e questo si manifesta in azioni immediate, volte a risolvere il problema dell’altro. In alcuni casi è assolutamente sostenibile, perché magari l’altro ha solo bisogno di una spinta e o di strumenti che noi possediamo e che possiamo facilmente mettere a disposizione.

Non sempre però. In certe occasioni, il nostro aiuto diventa solo un modo per prolungare la situazione dell’altra persona. Il rischio diventa così quello di impantanarsi nelle sabbie mobili di chi sta soffrendo, provando a galleggiare e scendendo sempre più giù (come nelle sabbie mobili).

Cosa mi porto a casa

Già da questi semplici esempi (la vita è molto più complessa di quanto posso aver condiviso qui 😊) diventa evidente come il ragionamento di Paul  Bloom possa essere condivisibile. L’empatia è uno strumento di cui siamo dotati perché molto utile in generale, ma può esser molto pericoloso allo stesso tempo.

Quindi senza non si può vivere. Sarebbe una vita grigia (e poi significherebbe spegnere l’azione dei neuroni specchio che sono molto utili per la nostra sopravvivenza 😊). Con troppa empatia (emozionale) non è possibile vivere, perché anche i colori troppo intensi possono rendere la vita impossibile.

Allora come possiamo trovare il giusto equilibrio?

L’empatia cognitiva sembra essere il fattore che può guidarci nell’apprendimento di una sana navigazione empatica. È il punto dove possiamo prendere decisioni sostenibili, basate a volte sui dati forniti dalla parte razionale e a volte dalle emozioni provenienti dal nostro cervello emotivo.

Per acquisire queste competenze serve esercizio. Ci serve alfabetizzarci emozionalmente, dare un nome alle emozioni e riconoscere quali sentieri ci guidano nel provare emozioni (le due competenze di Six Seconds dell’area chiamata Self Awareness).

Poi, è importante acquisire consapevolezza, in ogni momento, delle opzioni che abbiamo a disposizione rispetto a ciò che stiamo vivendo (quel che Six Seconds chiama allenare l’area del Self Management).

Infine, è altrettanto utile investire tempo per definire quale direzione vogliamo dare alla nostra vita. Ossia, bisogna riconoscere i propri valori e gli scopi che vogliamo perseguire insieme alle persone che vogliamo che ci siano accanto (qui Six Seconds ci parla di investire tempo nella nostra Self Direction).

Ho spesso citato Six Seconds, perché è una delle realtà che maggiormente mi ha proposto spunti per crescere da questo punto di vista. Mi sento allo stesso tempo di dire che gli stessi risultati possano essere raggiungi in modo diverso, magari lavorando con strumenti provenienti da altre discipline.

L’importante è lavorarci, esercitarsi, approfondire. Nessuno nasce esperto e allenato. Anche perché molte delle situazioni che dobbiamo affrontare nella vita sono paradossalmente controintuitive. Non sempre quel che ci verrebbe di fare è la scelta giusta.

Per cui vi lascio con l’auspicio di vedere sempre più persone a favore di un’empatia equilibrata, capaci di investire tempo in questa direzione e di scoprire sempre più modi per crescere nell’uso sostenibile dell’empatia!

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