Introduzione
Oggi vi parlerò del libro Un mondo possibile di Nicolò Govoni. Un libro che parla di me, di te, di noi. Un libro che racconta la difficoltà di vivere in un mondo che ci tratta come elefanti (sarà più comprensibile al termine dell’articolo. Un libro che dovrebbe essere letto in ogni scuola.
Perché vi state chiedendo?
Sarebbe felicissimo Nicolò Govoni, il fondatore di “Still I rise”. Crede come me, o io come lui, ma cambia poco che domandarsi tante volte perché non sia un male. Dovremmo sempre cercare di comprendere quel che avviene intorno, quel che ci propongono.

Comunque un perché farlo leggere nelle scuole esiste eccome. Sta nel comprendere cosa potrebbe fare una scuola che funzioni per alimentare le fiamme che albergano all’interno di ogni studente del globo.
Come potete immaginare è un libro che rompe gli schemi. Un libro che rompe le palle a chi vuole la scuola tradizionale e crede ancora che possa funzionare (quando non ha funzionato nemmeno nel passato).
Perché? Potreste obiettare. Perché parte da presupposti che non sono veri e nel libro scoprirete che le fonti per saperlo ci sono tutte, eppure facciamo finta di niente (io un po’ di dubbi li coltivo da un po’, ma quest’opera me li ha tolti del tutto).
Ci siamo abituati a sentirci dire che siamo cattivi. Che la natura umana è intrinsecamente malvagia, coperta solo da una sottile “patina” di moralità. Una teoria, quella del primatologo olandese Frans De Waal, che ci ha distorto la percezione del mondo.
Alla fine del 1700, ci ha instillato la paura degli sconosciuti e la convinzione di dover essere salvati da noi stessi. Ma cosa succederebbe se scopriste che è una bella bugia? E che, statisticamente parlando, la stragrande maggioranza di noi è gente per bene?
La Rivoluzione Comincia da Te
Il libro “Un mondo possibile” di Nicolò Govoni non è il solito manuale di self-help. Anzi non lo è proprio un libro di auto aiuto. Non vi promette la luna con tre semplici mosse. E nemmeno sette.
È piuttosto una guida incendiaria, una mappa per cambiare concretamente il mondo, partendo proprio da come lo percepiamo. Attraverso dieci passi, intrisi dell’esperienza di Still I Rise, Nicolò Govoni ci dimostra che cambiare (e cambiare il mondo) è possibile e che la rivoluzione, amici miei, inizia proprio da casa nostra. Da noi stessi. Dall’interno.
Pensiamoci bene: in una società che ci spinge a fuggire dalla paura, la speranza è diventata l’atteggiamento più sovversivo che ci sia. Non significa essere ingenui o illusi, tutt’altro. Significa guardare in faccia la paura, chiamarla per nome e usarla come bussola per superare i nostri limiti.
È accettare il fallimento non come una trappola mortale, ma come un alleato, un nuovo punto di partenza, imparando a perdonare noi stessi e la nostra umanità. Scegliere la speranza aumenta le probabilità di successo.
Scegliere la speranza ci porta a pianificare con la vittoria in mente e a trovare la motivazione persino nella fatica. Anzi con la tenacia (e vedremo bene quanto è importante essere tenaci nella vita.
La Macchina del Consenso e l’Indignazione a Comando
Ma da dove derivano tutte le percezioni distorte che albergano nella nostra mente e fanno credere che Nicolò Govoni (e io che lo seguo) sia un pazzo?
Bisognerebbe analizzare con perizia e attenzione quanto contano i media tradizionali nel nostro modo di pensare. Purtroppo, le evidenze mostrano un forte impatto culturale dei media, purtroppo.
Quando studiavo allo IULM e scoprivo per la prima volta il concetto di Agenda Setting non avevo minimamente idea di quanto potesse essere lesiva nei confronti della popolazione che ne era influenzata.
Vediamo in breve come funziona. L’Agenda Setting è una teoria della comunicazione che ci spiega come i mass media (giornali, TV, radio, e oggi anche i social media) abbiano il potere di influenzare ciò a cui pensiamo.
In pratica, i media non ci dicono cosa pensare, ma ci dicono a cosa pensare. Scegliendo quali notizie pubblicare, quanto spazio dare loro e con quale evidenza, i media stabiliscono un’agenda di temi che diventano importanti per il pubblico.
È un po’ come se i media avessero un riflettore: illuminano alcune notizie e ne lasciano in ombra altre. Quelle illuminate diventano quelle di cui parliamo, quelle che ci sembrano più rilevanti.
Questo meccanismo è chiamato anche salience transfer, ovvero il trasferimento di “salienza” (importanza) da un tema nell’agenda dei media all’agenda del pubblico.
Un esempio pratico? Se tutti i telegiornali e i quotidiani parlano per giorni di un particolare fatto di cronaca, è molto probabile che anche tu e le persone intorno a te inizierete a considerarlo un tema prioritario, al di là della sua reale incidenza sulla vita quotidiana.
Questo è un concetto molto importante per comprendere come la nostra percezione della realtà sia in gran parte modellata da ciò che i media scelgono di mostrarci.
Secondo la ricercatrice americana Jodie Jackson, fomentano una percezione errata del rischio, generando ansia, senso di impotenza e ostilità. Rolf Dobelli, scrittore svizzero, sostiene che il consumo costante di notizie negative ci danneggi psicologicamente e fisicamente, stimolando stress cronico e quella che viene definita “impotenza appresa”.
Non è un segreto che i media siano spesso macchine propagandistiche, che plasmano il nostro pensiero al servizio di chi detiene il potere. Noam Chomsky e Edward S. Herman, nel loro bestseller “La fabbrica del consenso”, lo hanno evidenziato con chiarezza.
L’obiettivo principale dei notiziari non è informare, ma intrattenere e fare profitto, seguendo la logica del “If it bleeds, it leads” (“Se sanguina, fa notizia”) di Steven Pinker. E con l’era digitale, gli algoritmi ci intrappolano ancora di più, scegliendo per noi notizie che sono come “zucchero per il corpo”, creando una vera e propria dipendenza.
Non è un caso se i manager della Silicon Valley limitano l’esposizione dei propri figli ai social media, no?
Ma non è solo colpa loro (dei giornali e di chi li guida). Anche noi ci mettiamo del nostro, cercando attivamente contenuti che inducano indignazione o paura. È il nostro “bias della negatività” e il “bias della conferma”.
Questi bias alimentano la “sindrome del mondo crudele” teorizzata da George Gerbner, portandoci a una visione pessimista e cinica. Notizie positive, come la diminuzione della povertà estrema o dei decessi infantili, non fanno notizia.
Vi domanderete perché, o almeno lo spero. Il motivo è semplice non generano clamore. Ecco, i media diventano così uno strumento di controllo sociale, rendendoci impauriti e meno propensi a mettere in discussione il potere.
Cosa possiamo fare? Mettere tutto in discussione. Liberare la mente, ricordandoci il “Quis custodiet ipsos custodes?”. Scegliere l’indipendenza dell’informazione, magari attingendo a fonti come Associated Press, L’Indipendente o Ground.news.
E soprattutto, leggere libri e approfondimenti, anziché i notiziari che sono il “fast food della conoscenza”. Dobbiamo tornare a trarre le nostre conclusioni, perché, ahimè, noi italiani siamo tra i più disinformati per percezione della realtà.
L’Umanità è Brava, la Scuola Invecchiata
Nel libro viene citata una teoria che non conoscevo: la teoria della patina. Questa teoria vuole l’uomo intrinsecamente cattivo. Sembra che ogni azione della popolazione possa in un certo modo essere egoistica e distruttiva. Ma è proprio così come ci viene inculcato fin da piccoli?
Nicolò Govoni, prendendo spunto dalle popolazioni dove è presente Still I rise (scuole sviluppate nel Terzo Mondo dove nessuno credeva potessero nascere e svilupparsi), ci fornisce con esempi concreti e illuminanti. Tocca solo avere la curiosità di leggersi il llibro.
Lo psicologo Michael Tomasello (citato sempre all’interno del libro), ad esempio, ci dimostra come la cooperazione sia una tendenza naturale dell’essere umano, e persino i bambini e le bambine mostrano una propensione innata alla collaborazione senza aspettarsi nulla in cambio.
Eppure, se siete stati a scuola come me, vi ricordate sicuramente di aver letto il romanzo “Il Signore delle Mosche” di Golding, con la sua visione pessimistica dell’infanzia. Nicolò Govoni lo demolisce raccontando la storia vera di sei ragazzi naufraghi a Tonga nel 1965.
Una storia vera dove per 15 mesi su un’isola deserta questi ragazzi e ragazze hanno dato prova di amicizia, lealtà e organizzazione sociale virtuosa. Peccato che tutti leggano il romanzo e non sappiano nulla della realtà che dimostra l’esatto contrario.
E poi c’è il sistema scolastico, quello “di massa”, obsoleto e mai veramente funzionante. Nato per produrre manodopera docile e standardizzata per la rivoluzione industriale, questo modello prussiano soffoca la creatività, il senso critico e l’individualità dei nostri ragazzi.
Il tutto condito di noia, demotivazione e ansia, se non addirittura paura. In Italia, pensate, oltre 220.000 giovani soffrono di disturbi mentali legati proprio alla scuola.
Nicolò Govoni, da “fallito” secondo il sistema tradizionale, ci racconta come una singola insegnante, Nicoletta, lo abbia salvato (e di una che invece l’aveva etichettato come potenziale fallito).
Grazie alla sua personale esperienza e agli studi che ha poi fatto ci invita a superare tre distorsioni cognitive che ci impediscono di realizzare il nostro potenziale:
- La sindrome del “cucciolo di elefante”: quella paura di non riuscire a liberarci dai nostri limiti a causa di fallimenti passati. Gli elefanti vengono abituati fin da piccoli a essere legati e a non riuscire a spezzare la corda che li lega. Questo tempo trascorso senza riuscire mai a liberarsi grazie alla propria forza li porta a sentirsi impotenti anche quando la loro massa potrebbe permettergli di spezzare qualunque tipo di legame.
- La teoria dell’innatismo: la falsa credenza che l’intelligenza sia predeterminata. La scienza ci dice che solo il 20% è ereditario, il resto è mutevole e allenabile (la teoria incrementale di Carol Dweck). Peccato che tuttora il QI sia considerato un ottimo sistema di selezione. È anche vero che spesso i peggiori leader del mondo ne abbiano uno molto alto. Forse servirebbe un altro sistema di misura per scegliere chi ci può governare.
- La sindrome dell’impostore: la paura di non essere meritevoli dei nostri traguardi, che ci paralizza di fronte alle opportunità. Io per primo ne ho sentito l’effetto quando ho cercato di espandere i miei limiti oltre ciò che sentivo dentro possibile. Eppure, le migliori soddisfazioni le ho raggiunte lì dove riuscivo a permettermi di andare oltre, di aprirmi al fallimento, diventando consapevole come dice Nicolò Govoni che il fallimento non mi fa diventare un fallito, ma solo uno che ha fallito e che ha imparato a ricominciare imparando da quel fallimento.
Il tuo scopo, la tua rivoluzione personale
Come è intuibile da questi primi passaggi dell’articolo, per costruire un mondo possibile bisogna educare le persone a partire da sé. Solo così possiamo alimentare un movimento sostenibile che voglia riportare in equilibrio il mondo.
La scuola, come abbiamo visto, è uno punto nevralgico di questo processo. Il problema è darle una direzione chiara verso lo sviluppo dei talenti delle persone e non verso una standardizzazione sistemica delle competenze e capacità di ciascuno.
La scuola dovrebbe prepararci al lavoro sostengono in tanti. Io personalmente la penso come Nicolò Govoni e non credo in questa affermazione. Per prima cosa, la scuola non è in grado di predire ciò che serve oggi nel mondo del lavoro. Figuriamoci se è in grado di preparare qualcuno al mondo del domani.
Forse, è proprio il focus verso il quale si deve concentrare che deve cambiare. Deve formare cittadini consapevoli, deve essere una sorta di scuola di vita. School of life come il nome del film appena uscito nelle sale ispirato proprio dalle idee di Still I rise (grazie alle esperienze fatte nelle scuole create in parti del mondo considerate di serie B dai più).
Al centro di tutto il processo scolastico non c’è un programma che sia standard, c’è la fondamentale ricerca del proprio Ikigai, lo scopo della persona, dello studente.
È l’intersezione di ciò che amate, ciò in cui siete bravi, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò che può darvi da vivere. Avere uno scopo è un toccasana per la salute mentale, la longevità, la resilienza e persino la ricchezza.
Il vero coraggio non è non avere paura, ma tentare, rischiare di vivere una vita a metà. Per Govoni, il successo significa, infatti, trovare e realizzare il proprio scopo.
E qui entra in gioco la tenacia, definita da Angela Lee Duckworth come la combinazione di passione e perseveranza. È il principale indicatore del successo individuale e, udite udite, può essere allenata!
La passione è ciò per cui siamo disposti a soffrire, mentre la perseveranza è fatta di piccoli passi quotidiani, di quell’1% di miglioramento ogni giorno che il Kaizen giapponese ci insegna.
È la capacità di rialzarsi dopo il fallimento, di accettare l’imperfezione (il Wabi-sabi), e di trasformare ciò che è rotto in un’opera d’arte, usando le crepe come punti di forza (il Kintsugi), perché anche dalla crescita post-traumatica nascono capolavori.
Non dobbiamo più credere alla “fallacia dell’arrivo”, all’illusione che la felicità si trovi solo al raggiungimento dell’obiettivo. La felicità risiede nel viaggio, nell’impegno sul percorso. Datevi una possibilità, non smettete mai di cercare, circondatevi di persone migliori e “buttatevi” per cambiare la vostra vita. La forza di volontà, ricordatelo, batte sempre il talento innato.
Ecco su quali elementi dovrebbe fondare il proprio insegnamento la scuola. Dovrebbe allenare tutti a trovare il proprio scopo, coltivare la tenacia e la passione affinché ognuno scopra come essere felici durante il proprio viaggio di vita.
Agire, non solo sognare: dalle “Quattro S” alla “Teoria del mondo possibile”
Qui entriamo in un passaggio chiave del libro. Un passaggio che mi ha sconvolto per la chiarezza con cui è esposto. Nicolò Govoni dichiara che per far accadere il cambiamento verso un mondo possibile bisogna passare all’azione, quella vera, quella etica.
Govoni, pur avendo cominciato come volontario in un campo profughi (o forse proprio per questo?), critica duramente il “volonturismo”, quella pratica che capitalizza sul bisogno umano di significato, ma spesso fa più danni che benefici, come la proliferazione di orfanotrofi che separano i bambini dalle famiglie per profitto.
Propone così un modello d’azione nuovo, fatto da “quattro S” che caratterizzano il volontariato etico: assenza di Soldi (non si deve pagare per fare volontariato), Selezione (di chi partecipa), Supervisione (del servizio svolto), Specializzazione (fare ciò che si sa fare realmente). Il vero volontariato è serio, professionale, e inizia spesso a livello locale.
Solo un modello come questo può alimentare un sano cambiamento nel mondo. Altrimenti, il Terzo settore rimarrà di coloro che lo vogliono fare per scopi personali e non per un cambiamento reale e duraturo.
Nicolò Govoni però non vuole spaventarci. Non siamo obbligati a fare volontariato per cambiare il mondo. Ci sono anche altre forme di azione utili ed etiche: diffondere la conoscenza, perché la condivisione è il vero potere.
Difendere ciò in cui si crede, contrastando quell'”effetto spettatore” che ci porta all’immobilità. E collaborare, per unire le forze e generare un cambiamento duraturo.
Il cinismo, che vede ogni gesto altruistico come egoismo mascherato, deve essere smascherato. L’invito è a “fare del bene comunque”, anche se si viene giudicati. Il potere, lo sappiamo, tende a corrompere, e i sociopatici sono spesso ai vertici delle multinazionali.
Govoni propone due approcci al cambiamento sociale: la resistenza (difesa) e il sabotaggio (proattivo). La resistenza si manifesta attraverso proteste nonviolente (statisticamente più efficaci di quelle violente, come dimostrato da Erica Chenoweth, per cui il 3,5% di partecipazione porta al cambiamento sociale inevitabile) e il boicottaggio economico.
Vuoi far parte del 3,5%? Trova il tuo spazio con azioni coerenti e mettiti alla prova. Combatti con tenacia e passione e vedrai che i risultati verranno (anche dopo diversi fallimenti, perché fallire fa parte del mettersi alla prova).
Quando parla di boicottaggio, Nicolò Govoni si ispira al libro denuncia le “guerre culturali” usate da politici e multinazionali per distogliere l’attenzione dai problemi reali. Un libro che smaschera il “greenwashing” e il marketing dietro concetti come il commercio equo e solidale e la transizione ecologica.
Sono troppe le contraddizioni presenti in queste azioni. Sapevate che:
- la produzione di auto elettriche spesso si basa sullo sfruttamento di bambini nelle miniere di cobalto in Congo?
- la stragrande maggioranza della plastica non è riciclabile, nonostante le campagne di disinformazione delle multinazionali petrolifere?
Il problema dell’inquinamento da plastica deriva principalmente dalle attrezzature da pesca abbandonate e dalla cattiva gestione dei rifiuti nel Sud Globale, dove noi, Paesi sviluppati, esportiamo gran parte della nostra spazzatura.
La responsabilità viene scaricata sui consumatori, ma è un inganno. I consumatori sono parte lesa e credono di fare del bene provando a riciclare la plastica dopo averla sfruttata come involucro.
Credono che sia riciclabile perché la differenziano (anche perché è quello che ci viene raccontato grazie ai media e ai politici che li cavalcano per creare consensi). Purtroppo, i dati ci dimostrano il contrario.
La plastica riciclata non funziona e solo una piccola parte viene riusata. Il resto, ahimè, finisce nelle discariche a cielo aperto nel … Terzo Mondo. Come se da lì ci faccia meno male. Come se i cittadini che stanno lì non siano importanti quanto noi.
Infine, non so se tu che mi leggi, sei tra quelli che credono nel rischio della sovrappopolazione. Da sempre sentiamo questo rischio incombere sul mondo. Ma è un rischio reale o fittizio? Da dove deriva?
Il mondo non è sovrappopolato come si sente spesso raccontare e produce già cibo sufficiente per undici miliardi di persone (siamo circa otto miliardi oggi); la fame è una questione di logistica e politica.
La “teoria della superabbondanza” suggerisce che ogni essere umano genera più valore di quanto consumi grazie all’innovazione, rendendo l’umanità una risorsa, non una piaga. Questa, per Govoni, è alla base della “teoria del mondo possibile”.
Govoni ci esorta a sfidare tutti gli status quo che ci troviamo di fronte e che crediamo non siano reali, approfondendo la conoscenza, leggendo, documentandoci. Ci sprona a usare il sistema a nostro vantaggio, a infiltrarci nelle istituzioni per attaccarle dall’interno.
In sostanza, è quello che ha fatto Still I Rise per chiudere l’hotspot di Samos (trovate la storia all’interno del libro). A volte serve comprendere il dentro per agire meglio da fuori.
Il segreto di Still I rise? Combinare l’amplificazione mediatica e l’attenzione politica con un terzo elemento, come il sistema giudiziario, per catalizzare il cambiamento. Ma per fare tutto ciò serve essere preparati. Bisogna saper dialogare a certi tavoli per portarli dalla nostra parte.
Il libro, così, ci racconta la nascita della “Scuola dei Sogni” di Still I Rise, un sogno che democratizza l’International Baccalaureate, offrendolo gratuitamente a bambini rifugiati e vulnerabili in baraccopoli.
Una scuola che nasce per prima cosa dalla sconfitta, dal fallimento della scuola tradizionale che ci prepara alla manodopera e non alla felicità o al pensiero critico. Prende spunto anche da scuole europee, dove spicca il modello finlandese (è citata anche una scuola internazionale basata a Milano, ma il costo è proibitivo e pochi se la possono permettere).
La scuola finlandese infatti mette al centro il benessere dello studente, fornisce il potere agli insegnanti e usa meno test e più il gioco per stimolare la crescita del pensiero critico dello studente e per individuare dove è orientato il suo fuoco interno.
Poi c’è tutta la scoperta proveniente da tutte le scuole create da Still I rise. Scuole abiutate a sperimentare, fallire, ricominciare e che oggi danno tantissimi frutti. E sono comunque in continuo divenire, perché il fallimento è sempre dietro l’angolo e la tenacia servirà sempre.
Ma come funziona il Metodo Still I Rise?
Si basa su quattro pilastri: “La scuola è casa”, “Studente al centro”, “Insegnante = Mentore”, e “Pensiero globale”. La scuola, in fondo, dovrebbe insegnarci a fallire, a credere in noi stessi e a vivere pienamente, non solo nozioni. Poche cose che però rivoluzionano tutto il sistema.
Complimenti a Still I rise per la visione che avete saputo mettere in campo.
Cosa mi porto a casa: 10 Idee per Cambiare il Futuro
Il libro si chiude con un inno alla speranza: non un’illusione, ma un atto di ribellione contro il fatalismo e la paura. La crisi che stiamo affrontando è una crisi di significato, perché ci viene insegnato a non cercare, a non scoprire, a sopravvivere anziché vivere.
Cambiare il mondo significa innanzitutto cambiare il mondo che abbiamo dentro, e poi agire attraverso cambiamenti sistemici, esigendo riforme a livello istituzionale.
Il ricavato dei diritti d’autore del libro, pensate, contribuirà a costruire una Scuola dei Sogni anche in Italia, con l’obiettivo di innescare un cambiamento sistemico e dare prova che una scuola migliore è possibile.
Questo libro va diffuso, perché la condivisione rafforza la rivoluzione.
Chiudo con la sintesi delle 10 idee per cambiare il futuro che mi porto a casa da “Un mondo possibile” e che spero di poter contribuire a diffondere quanto più possibile:
- Confutare la “teoria della patina”: Credere nell’innata bontà dell’essere umano è il primo passo per costruire un mondo migliore, basato sulla cooperazione e non sulla paura.
- Abbracciare la speranza come atteggiamento sovversivo: In una società che ci insegna a temere, la speranza è la vera forza propulsiva per superare i limiti e agire.
- Mettere in discussione i media e cercare informazioni indipendenti: Non lasciamoci plasmare dalla “fabbrica del consenso”; impariamo a discernere, leggere e trarre le nostre conclusioni.
- Rivalutare il fallimento come alleato: Perdonare noi stessi e la nostra umanità ci permette di trasformare gli errori in nuovi punti di partenza.
- Cercare e realizzare il proprio scopo (Ikigai): Trovare ciò per cui siamo disposti a soffrire con passione e perseveranza è la chiave per una vita piena e di successo.
- Adottare un approccio Kaizen: Piccoli e costanti miglioramenti quotidiani (l’1% al giorno) possono aggirare le resistenze del cervello e portare a grandi cambiamenti.
- Praticare il volontariato etico (le “quattro S”): Non basta voler fare del bene, bisogna farlo in modo serio e professionale, investendo nella formazione e iniziando localmente.
- Sfidare lo status quo e agire strategicamente: Che sia attraverso la resistenza nonviolenta, il boicottaggio economico o l’infiltrazione delle istituzioni, è fondamentale agire per il cambiamento sistemico.
- Combattere le “guerre culturali” e smascherare l’inganno: Non lasciamoci distrarre da finte problematiche; impariamo a riconoscere il greenwashing, la disinformazione e gli interessi di parte.
- Nutrire l’amore e la socialità: L’amore è la nostra arma segreta. Dare amore, perdonare, amarsi e superare l’individualismo sono le basi per una vita più lunga, felice e per un futuro in cui la solidarietà è inestimabile.
Allora, siete pronti a fare la vostra parte? La vogliamo fare insieme? Grazie Nicolò Govoni per questo libro che regala speranza e fa venire voglia di usare la tenacia e la passione per generare un bellissimo mondo possibile.
