Introduzione
La vita è fatta di incontri. Ogni incontro è fatto di momenti che possono essere colti oppure lasciati passare. Al centro possono esserci persone oppure libri. Non sempre l’incrocio di strade va a buon fine.
Possiamo vederla come davanti a dei piatti che hanno gusti relativamente diversi. Alcuni più forti e definiti, altri più leggeri e indefiniti. Presi da soli fanno un certo effetto, mangiati uno di seguito all’altro possono funzionare o … prendersi a pugni.
Vi vorrei raccontare uno di questi incontri fatti proprio durante queste vacanze. Dopo aver risentito parlare in uno scambio con amici (grazie Andrea e Rossana) di Un uomo di Oriana Fallaci, ho deciso di rileggerlo.

Un uomo
All’epoca, quando lo lessi la prima volta, mi era piaciuto molto, ma non l’avrei catalogato tra i miei libri preferiti. Rileggerlo oggi è stato strano. Duro. Un viaggio politico lento, doloroso, a volte fastidioso nei meandri di un periodo storico che sembra lontano anni luce da noi.
Ci sono stati momenti di grande intensità, dove lo scorrere delle pagina è stato vorticoso, volevo scoprire chi fosse veramente questo Alekos. Ero curioso di capire come ragionasse.
Come riuscisse a tener fede ai propri valori sopportando in maniera incredibile i dolori fisici che i suoi carcerieri gli causavano.
Come riuscisse allo stesso tempo a far del male all’unica persona che lo avesse mai amato per quello che era, una sorta di visionario testardo.
Non so se abbia davvero capito tutto, ma posso tranquillamente dire che ne è valsa la pena arrivare fino in fondo. Non so se lo rileggerei (o forse devo aspettare solo un’altra stagione), perché l’emozione finale è un misto di tristezza e rabbia.
Una generale senso di pesantezza che difficilmente riuscivo a scrollarmi di dosso. Come quando senti talmente tanto freddo da non riuscire a riscaldarti nemmeno quando torni a casa al caldo.
Perché mi chiamo Giovanni
È in questo stato che ho incontrato “Perché mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando. Me l’ha presentato il mio figghiuzzu (si vede che sono appena tornato dalla Sicilia?) Pietro, dicendomi che era sia bello sia coinvolgente. Inoltre, parla della nostra amata Sicilia.
Così, mi sono incuriosito e ho cominciato a leggerlo. Per chi non lo conoscesse, è un libro su Giovanni Falcone. Sulla sua storia di combattente contro la “Cosa”. Come aveva fatto a colpire la sua attenzione? Ero adolescente io quando avvenne la strage di Capaci.
Sta di fatto che pagina dopo pagina ho iniziato a scoprire i pezzi di una storia che non conoscevo. Forse, perché all’epoca quando se ne parlò, mi faceva tutto enormemente paura. Mi ricordo ancora il momento in cui il telegiornale comunicò l’avvenuta strage di Capaci.
Un po’ come l’11 settembre. Tutto ciò che ci emoziona ci rimane indelebilmente in memoria. Sia essa paura, rabbia, gioia, tristezza, disgusto, fiducia, anticipazione, sorpresa, l’emozione traccia dei ricordi incredibilmente vividi, capaci di rimanere nella nostra testa per sempre.
Tornando al libro, la sua lettura mi ha davvero stupito. È il dialogo tra un papà e un figlio. Comincia da un peluche dalle zampe bruciate che farà da leit motiv di tutta la storia. Una parte di essa la conoscevo già, altri fatti e, soprattutto, altri luoghi no.
Non mi ricordavo nemmeno che “cosca” che derivasse da carciofo, per dirne una. Non conoscevo l’albero dove vengono appesi bigliettini in onore e ricordo di Giovanni Falcone. Non avevo idea della storia di Giovanni Falcone dalla sua fanciullezza a quando è diventato quello che è diventato.
Non mi ricordavo nemmeno delle accuse di protagonismo che gli furono rivolte dopo aver vinto il primo grande processo contro Cosa Nostra.
Tutto è raccontato in modo colloquiale e semplice. Giovanni, il protagonista del libro ha quasi dieci anni e il papà ha scelto di raccontargli la storia di Giovanni Falcone, perché a scuola si sono verificati casi di bullismo. Vuole scavare nel cuore del piccolo Giovanni un seme.
Il seme dell’integrità, della lealtà e del coraggio. Chi di noi non vorrebbe averli dentro? Chi non vorrebbe vederli, percepirli e sentirli nei propri figli e figlie? Tutti e nessuno.
Da un lato, moralmente, lo vorremmo. Dall’altro lato, può far paura, perché significa prendere posizioni anche quando le cose possono mettersi male per chi reagisce. Forse, anche per questa ragione, i corsi di autodifesa stanno prendendo sempre più piede. È un modo per dare strumenti al fine di poter reagire con consapevolezza della propria reale forza.
Proviamo ora insieme a entrare nei due personaggi protagonisti di questi due libri, molto diversi fra loro, ma con delle aree di comunanza molto interessanti, che mi hanno fatto riflettere molto.
La storia di due eroi contro il potere
Alekos Panagulis e Giovanni Falcone, pur provenendo da mondi diversi, hanno incarnato una battaglia simile: quella di un individuo contro un potere soverchiante, cattivo, meschino.
- Alekos Panagulis era un politico, un poeta e un attivista greco, ma soprattutto un ribelle che rifiutava di inchinarsi di fronte ai poteri forti. La sua storia inizia con un gesto di sfida radicale: il tentato omicidio del dittatore greco. Un gesto che lo ha trasformato in un simbolo, ma che lo ha anche costretto in una prigione dove ha subìto torture e anni di prigionia, dimostrando una dignità quasi inumana.
- Giovanni Falcone, come racconta il libro di Garlando, ha avuto una nascita “strana”: non pianse come normalmente fanno i bambini e le bambine, tenne, invece, fin da subito i pugni stretti, quasi in segno di lotta.
Dopo un’educazione improntata al senso del dovere, dopo aver provato altre vie che si scoprirono poco affini al suo essere, scelse di studiare legge per difendere chi subiva ingiustizie. La sua lotta non fu fatta di bombe, ma di atti giudiziari e di inchieste meticolose, che lo portarono a confrontarsi direttamente con il “mostro” della mafia. La storia del magistrato si intreccia con la realtà di un bambino, il giovane Giovanni, che scopre la mafia nelle piccole prepotenze a scuola, come quelle del bullo Tonio.
Entrambi, pur scegliendo strumenti e percorsi diversi, hanno ingaggiato una lotta solitaria (anche se non sempre per fortuna) contro un nemico invisibile che si annidava nelle più alte sfere del potere.
I pregiudizi e le ideologie: prigioni mentali
Sia la storia di Alekos che quella di Giovanni Falcone sono potenti moniti contro le “prigioni mentali” che noi stessi costruiamo, i pregiudizi e le ideologie che ci incasellano. Ti sei mai sentito stretto in un’etichetta? In un’ideologia?
Nel libro di Oriana Fallaci, vediamo costantemente come il pensiero delle persone sia distorto da preconcetti. Un fatto che fa molto male ad Alekos. Spesso si sente di combattere come Don Chisciotte contro i mulini a vento.
Nessuno che voglia davvero cambiare lo status quo. Un popolo per il quale lotta che invece di dimostrarsi dalla sua parte, spinge dalla parte dei più forti. Sembra un racconto molto attuale, ahimè.
Ci sono alcuni esempi all’interno di entrambi i libri che mi hanno particolarmente colpito:
- L’aneddoto dei media di regime: Fin da subito, i giornali controllati dalla dittatura etichettano Panagulis come un “mercenario pavido”. Questa prima informazione agisce come un’ancora per l’opinione pubblica. Non importa quanto Alekos si dimostri coraggioso o coerente, l’etichetta iniziale rimane, distorcendo la percezione pubblica. Questo è un perfetto esempio del bias di ancoraggio (tendenza delle persone a fare affidamento in modo eccessivo sulla prima informazione ricevuta, “l’ancora“, quando devono prendere una decisione o formulare un giudizio): la prima informazione influenza in modo sproporzionato i nostri giudizi successivi.
- L’aneddoto degli “intellettuali stupidi”: Oriana Fallaci critica aspramente una certa classe di intellettuali che condanna le dittature di destra, ma ignora o giustifica quelle di sinistra. Questo comportamento è un classico esempio di bias di conferma: si focalizzano solo sulle informazioni che convalidano la loro ideologia e ignorano tutto ciò che potrebbe metterla in discussione, aprendo così la mente al mondo.
Anche la storia di Giovanni Falcone è piena di questi meccanismi.
- Il bias della normalizzazione: Il libro spiega che la mafia non era vista come un fenomeno marginale, ma un fenomeno considerato normale, che faceva parte della quotidianità e dava lavoro e difendeva i cittadini da uno Stato indifferente.
Questa normalizzazione può essere letta attraverso la prospect theory: la mafia offriva un guadagno percepito (sicurezza, stabilità economica, aiuto ai deboli) che, nella mente di molti, valeva la perdita di legalità e dignità. Le persone erano più disposte ad accettare il “mostro” perché i capi dei clan lo raccontavano come un sistema “buono e giusto”, fatto per difendere i più deboli. - Il bias della magistratura e della calunnia: Dopo il successo del Maxiprocesso, voci e critiche da parte di vicini, disoccupati e persino colleghi e amici (come Leoluca) hanno cercato di isolare e minare l’immagine di Giovanni, presentandolo come un “seccatore” figlio del suo pro o diffondendo “le lettere del corvo”.
Questo comportamento è un esempio di bias di conferma: le persone che già nutrivano un’ostilità o una sfiducia verso Giovanni Falcone hanno trovato in queste calunnie la conferma delle loro preesistenti convinzioni, ignorando i suoi successi o attribuendoli a intenzioni non etiche.
La politica, la cultura e il loro rapporto con gli ideali
Sia Alekos che Giovanni Falcone si scontrano con la natura corrotta e opportunista del potere e delle istituzioni, arrivando a combattere una battaglia spesso solitaria. Giovanni Falcone, fortunatamente, aveva dei colleghi incredibili con cui ha condiviso le sue battaglie.
Entrambi avevano due compagne che hanno saputo esserci sempre pur nella paura di quel che poteva accadere e che poi è accaduto. Francesca purtroppo gli fu accanto anche a Capaci e lo ha accompagnato anche lassù.
La lotta di Panagulis si svolge contro il Potere esplicito di una giunta militare, ma la sua vera avversione è per il Potere come sistema, un “drago” che non muore mai e si adatta a ogni regime. Alekos, pur entrando in Parlamento, si sente come un “cavallo di legno”, un infiltrato.
La sua lotta individuale è la sua unica vera bandiera. Non riesce in alcun modo a fare squadra con nessuno. Non riesce né a fidarsi, né a scuotere le anime di chi sta intorno. A parole qualuno lo segue, ma nei fatti, la paura e la voglia di non mettere a rischio ciò che si ha allontana tutti dall’essergli affianco.
Anche la lotta di Giovanni Falcone è contro un potere che si nasconde nei meandri della società, la Mafia. Cosa Nostra agisce in simbiosi con parti corrotte dello Stato. Il padre del giovane Giovanni spiega la struttura della mafia usando la metafora del “carciofo”, con le sue foglie che nascondono il cuore.
Giovanni Falcone, pur avendo un pool molto ricco e forte, ha dovuto, comunque, affrontare l’omertà e l’isolamento da parte di chi doveva sostenerlo. La sua forza è stata non arrendersi mai e facendo squadra unendosi a tutti coloro che condividevano la stessa visione.
Ha così dimostrato che la battaglia più importante non si vince solo contro l’avversario esterno, ma contro l’apatia e la corruzione interne, facendo rete e non fermandosi davanti alle sconfitte, anzi imparando da esse.
Felicità e Infelicità: Il Senso della Vita
La vita di entrambi è un’altalena costante tra dolore e speranza. Ma qual è il senso di questa battaglia continua? Cosa spinge un uomo a non arrendersi, a lottare sapendo di essere solo e probabilmente destinato a perdere?
Erano entrambi consapevoli che avrebbero potuto uscirne sconfitti nella battaglia, purtroppo lasciare la vita su questo pianeta… Come accaduto a entrambi. Cosa ha permesso loro di mantenere la direzione?
Qui, mi faccio aiutare da Loretta Graziano Breuning, una professoressa emerita di Management alla California State University e fondatrice dell’Inner Mammal Institute. È una delle voci più autorevoli nel campo della chimica del cervello e del comportamento umano.
È nota per aver tradotto in termini accessibili il modo in cui il nostro cervello, ereditato dai nostri antenati mammiferi, influenza le nostre emozioni e le nostre azioni.
La sua ricerca si concentra in particolare sui “quattro ormoni della felicità”: dopamina, serotonina, ossitocina ed endorfina, spiegando come il loro rilascio e la loro regolazione influenzino le nostre abitudini, le nostre motivazioni e la nostra percezione di noi stessi e del nostro status nel mondo.
Nei suoi studi sulla chimica del cervello, spiega che la serotonina è la sostanza che ci fa sentire bene quando percepiamo di avere un certo status o potere sociale. Non si tratta solo di dominare gli altri, ma di avere un ruolo riconosciuto e di sentirsi rispettati all’interno del proprio gruppo.
Questo senso di forza interiore e importanza è ciò che spinge le persone a compiere azioni significative e a voler lasciare un segno nel mondo.
Qui vedo una chiave di lettura forte che tocca entrambi i personaggi di cui abbiamo ampiamente parlato. Entrambi sentono una vocazione che travalica il presente e viaggia verso il futuro.
Vogliono lasciare un’eredità ai posteri, come un “messaggio nella bottiglia”. Vogliono far capire al mondo che il mondo può cambiare unendo le forze e investendo sui valori. In sintesi, credo che sia Alekos sia Giovanni Falcone abbiano sia il desiderio di lasciare il segno sia la forza di continuare davanti alle profonde delusioni, perché hanno uno scopo di valore grande (Six Seconds lo chiamerebbe Perseguire Obiettivi Nobili).
Gli scopi di valore accendono in noi la serotonina che ci ricompensa quando sentiamo di aver raggiunto una posizione di rispetto o quando la nostra influenza si estende oltre noi stessi.
L’idea di un progetto che sopravvive nel tempo, che informa e aiuta le future generazioni, è un’estensione di questo bisogno. Lasciare un’eredità non è solo un atto altruistico, ma un modo per ottenere quella sensazione di forza e rilevanza che la serotonina ci dà.
Questosenso di scopo che deriva dal voler lasciare un messaggio duraturo aiuta a superare le difficoltà. La sensazione di stare compiendo qualcosa di importante, che avrà un impatto anche dopo la nostra scomparsa, alimenta la perseveranza.
Il cervello si auto-ricompensa con la serotonina per questo “status” a lungo termine che stiamo costruendo.
In sintesi, per Loretta Graziano Breuning, la serotonina non è solo legata al potere o al rispetto, ma a quel senso di forza interiore che ci dà la spinta a costruire qualcosa che va oltre la nostra esistenza.
È la chimica che ci incoraggia a essere un punto di riferimento, una guida o una fonte di ispirazione anche per chi non incontreremo mai.
Quindi, la morte di entrambi, seppur tragica, non è una fine, ma diventa un’elevazione a simbolo. La morte di Alekos viene interpretata dall’autrice come un ultimo, calcolato atto di libertà, un “amplesso suicida” per dare un senso a tutti i suoi sacrifici.
La morte di Falcone, invece, è un sacrificio che ha svegliato l’Italia intera, come dimostra la confessione del padre del piccolo Giovanni che dopo anni ha trovato il coraggio di dire “Qui non si vendono più bambole”.

Cosa mi porto a casa
Leggere questi libri non è una passeggiata. È un’esperienza che ti scuote, ti interroga e ti spinge a guardarti dentro. Si impara da piccoli a estirpare gli atteggiamenti mafiosi, a non permettere che i soprusi diventino abitudini.
È fondamentale generare una cultura differente fatta di consapevolezza del nostro ruolo nella società. Un ruolo fatto di responsabilità e di azioni concrete per combattere le ingiustizie, denunciandole quanto più possibile anche quando ci fa paura.
Siamo tutti testimoni di tanti soprusi e, a volte, anche quando potremmo denunciare, lasciamo correre. Così alimentiamo il sistema che ha garantito e, credo, garantisca ancora oggi, soprattutto dove è presente, l’esistenza di Cosa Nostra.
Questa sensazione di rassegnazione mi ha riportato alla mente il ritmo del libro di Fallaci, che inizialmente potrebbe sembrare lento, faticoso. La prosa è vischiosa, si aggrappa ai dettagli e alle sensazioni, facendoti vivere l’esperienza del dolore e della sofferenza.
È un modo per farti vivere la sensazione di soffocante attesa e impotenza che entrambi gli eroi hanno affrontato.
In definitiva, “Un Uomo” e “Perché mi chiamo Giovanni” sono inni alla dignità, moniti contro la rassegnazione. Sono libri che ti sfidano a essere all’altezza della tua stessa umanità, a resistere alla tentazione di arrenderti e a credere che, anche da soli, si può fare la differenza.
Pur raccontando battaglie simili, i due libri lasciano un sapore diverso. La sensazione finale di “Un Uomo” è più triste e controversa. Il personaggio greco, a tratti, sembra un po’ fuori di testa e ha reazioni difficili da comprendere (almeno per me che lo leggo e non ho vissuto con lui quegli anni).
Mi rimangono in testa alcuni atti che non riesco proprio a perdonargli: gli scatti d’ira contro l’unica persona che lo ha davvero amato. Forse, per questa ragione, nonostante il suo eroismo che ammiro, il libro per me si chiude con un senso di amarezza e un’ombra di solitudine.
Al contrario, la narrativa di “Perché mi chiamo Giovanni” mi ha generato un senso generale di speranza e di appartenenza.
Forse, tutto ciò nasce dal fatto che sia un libro per adolescenti, e dentro mi senta ancora un po’ così.
Forse, perché Giovanni Falcone è della mia terra Sicula e la sua storia mi tocca da vicino.
O forse, semplicemente, perché mi ha emozionato per la semplicità con cui è raccontata.
Giovanni Falcone ha vinto per la sua capacità di essere stato davvero al servizio di ciascuno di noi, non solo della legge. Spero in futuro di andare a visitare il suo albero e di lasciare lì un ennesimo grazie per la lezione che ci ha donato.
Spero di avervi fatto venir voglia di leggere queste due incredibili opere e che le riflessioni che vi ho condiviso vi portino a ricercare il vostro scopo nel mondo. Quella cosa che può accendere un rilascio sano di serotonina e vivere una vita che sia piena e coerente con chi volete e vorrete essere.
