Un viaggio nella mente: Cosa c’è dietro il rinascimento delle sostanze psichedeliche?

Introduzione

Hai presente l’immagine che avevamo degli psichedelici? Quella da film, con i colori fluo, i flower power e i “ragazzi perduti” degli anni ’60? Beh, è il momento di aggiornare la nostra galleria mentale. Stanno nascendo nuovi punti di vista.

Grazie a un libro di Michael Pollan, Come cambiare la tua mente, che ha fatto un bel po’ di rumore, stiamo scoprendo che c’è molto di più dietro a queste molecole di quanto ci avessero raccontato.

Pollan, che si definisce un “figlio del panico morale”, ha deciso di affrontare la questione a mente aperta, con un solo obiettivo: capire come funzionano e se possono aiutarci a stare meglio. E fidati, i risultati sono tutt’altro che “fantasiosi”.

Capitolo 1: Il Rinascimento della Ricerca e le Esperienze Mistiche

La prima grande sorpresa (attuale, ma non storica, perché tantissimi studi sono stati fatti anche negli anni ‘60) arriva da uno studio serissimo condotto alla Johns Hopkins nel 2006.

Niente improvvisazioni, ma un esperimento in doppio cieco come si deve, che ha dimostrato una cosa pazzesca: una dose di psilocibina (il principio attivo dei funghi magici) può regolarmente indurre esperienze illuminanti, definite spesso mistiche.

Ma non stiamo parlando di visioni celestiali, bensì di qualcosa di molto più profondo e personale. I partecipanti hanno descritto queste esperienze come tra le più significative della loro vita, paragonandole addirittura alla nascita di un figlio.

Molti hanno persino smesso di aver paura della morte. Infatti, molti studi e molte applicazioni sono state sperimentati su pazienti che avevano avuto diagnosi molto gravi, dove l’aspettativa di vita era davvero bassa e dove soprattutto la risposta emotiva aggravava ulteriormente la sitauzione.

Ma la cosa più interessante è che il vero effetto terapeutico non sta nella “botta” in sé, ma nella qualità dell’esperienza che si vive. È un po’ come se il cervello, per un attimo, resettasse i suoi schemi abituali.

E qui entra in gioco un concetto fondamentale: “set” e “setting”. Il “set” è il tuo stato d’animo, le tue aspettative; il “setting” è l’ambiente circostante. Se sono quelli giusti, il viaggio psichedelico diventa un’avventura interiore.

L’importante è avere accanto una guida esperta, che può portare il paziente a vivere l’esperienza in modo sicuro e illuminante, evitando la parte brutta del viaggio (i bad trip), permettendo così l’evolvere di una profonda trasformazione.

Vi domanderete come possa essere possibile questa trasformazione, immagino.

Capitolo 2: Neuroscienze e il ruolo della Default Mode Network (DMN)

Ora, preparati a una chicca scientifica super interessante. Il nostro cervello ha una specie di “pilota automatico” chiamato Default Mode Network (DMN). È quella rete che si attiva quando stiamo a ciondolare, a rimuginare sul passato, a preoccuparci del futuro o a fantasticare su chi siamo.

Insomma, la DMN è una parte del nostro cervello che rappresenta l’agire del nostro “ego” in versione neurale. Ossia è la parte che si attiva nella vita quotidiana che ci fa sentire separati dal resto del mondo e che, se lavora troppo, ci rende rigidi, ansiosi e un po’ infelici.

E qui entrano in scena gli psichedelici! Queste sostanze hanno la capacità di premere il tasto “off” della DMN, riducendone drasticamente l’attività. Immagina di scuotere una di quelle palle di vetro con la neve all’interno: l’ordine scompare per un attimo, creando un’opportunità unica di riorganizzare tutto.

Sembra essere questo “silenziamento” della DMN che porta alla famosa “dissoluzione dell’ego”: la sensazione di non essere più un’entità separata, ma di far parte di un “tutto”. Questo processo, lungi dall’essere pericoloso, “lubrifica la cognizione”.

Ossia, rende i nostri schemi mentali più flessibili e pronti a rompersi. È un po’ come se la mente tornasse a uno stato più “infantile”, aperto e curioso, offrendo l’occasione di riscrivere le nostre storie e costruire un sé più sano e felice.

Una sorta di macchina del tempo che ci libera dagli schemi acquisiti nel tempo rendendoci più aperti, più recettivi, più autentici.

Ma perché, allora, sono da sempre considerate un male per chiunque le usi?

Capitolo 3: La prima ondata di ricerca e la narrazione politica

Non tutti sanno che l’LSD e la psilocibina non sono nati con Woodstock. Negli anni ’50 e ’60, la comunità psichiatrica li considerava “farmaci miracolosi” con un enorme potenziale per curare alcolismo e depressione.

C’erano ricercatori che ottenevano risultati incredibili, usando le sostanze con protocolli precisi, simili a quelli usati oggi. Ma poi, è arrivato uno strano personaggio, Timothy Leary. Un professore di Harvard che, con il suo slogan “turn on, tune in, drop out”, è diventato il volto pubblico della causa psichedelica.

Nonostante il suo lavoro iniziale promettente, le sue stravaganze e l’associazione con la controcultura hanno scatenato una reazione violentissima. I media hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa, parlando di danni al cervello e suicidi, spesso senza prove circostanziate.

A volte, effettivamente, chi non l’ha provata senza l’ausilio di una guida, ossia del ricercatore, si è trovato a fare dei bad trip, ossia dei viaggi che hanno generato non una illuminazione, ma qualcosa di regressivo, spaventoso, che in rare occasioni sembra abbia portato anche a conseguenze nefaste per la persona che ha vissuto l’esperienza.

Non a caso, per tutto il libro si parla di quanto sia importante il set e il setting dell’esperienza.

In poco tempo, purtroppo (soprattutto se risulterà vero il valore che queste sostanze possono generare), le molecole sono passate dall’essere una potenziale cura a una “minaccia pubblica”, e sono state messe al bando, bloccando la ricerca per decenni.

Questo main stream è stato cavalcato dalla politica, perché ovviamente, tutta la controcultura stava creando molto rumore e mettendo in difficoltà tutti i decisori politici, smascherando molte delle idee non sane presenti nelle loro scelte (pensiamo alla posizione degli USA sulla guerra del Vietnam per esempio). Questo è l’esempio perfetto di come una narrazione politica e mediatica possa cambiare completamente la nostra percezione delle cose, trasformando un farmaco promettente in un simbolo di paura.

Conclusioni: Il futuro è (di nuovo) qui

Oggi, per fortuna, gli scienziati stanno rimettendo le cose a posto. Stanno recuperando il lavoro “sepolto” della prima ondata di ricerca, con un approccio super cauto e professionale: la psicoterapia assistita da psichedelici.

L’idea non è certo promuovere un uso ricreativo e “fai da te” (che spaventa anche l’autore), ma integrare queste molecole in un percorso terapeutico, con professionisti qualificati, per massimizzare i benefici e minimizzare i rischi (tipo bad trip).

La ricerca moderna ha già dimostrato il potenziale della psilocibina nel trattare ansia e depressione in pazienti oncologici, dipendenze da fumo e alcol, e depressione resistente alle terapie tradizionali.

Questi risultati sono così incoraggianti che la FDA ha dato il via libera a studi più ampi.

L’obiettivo del libro è chiaro: promuovere una sana ricerca per usare queste sostanze non per “sballarsi”, ma per “manifestare la mente” (come suggerisce l’etimologia stessa della parola) e offrire alle persone un’opportunità unica per riconsiderare il proprio ego e le proprie priorità.

È un po’ come se la scienza stesse finalmente esplorando i misteri della coscienza con strumenti moderni (anche se non così tanto), svelando che il vero potenziale di queste molecole non è solo curativo, ma anche trasformativo.

Dopotutto, chi non vorrebbe una “diversità neurale” con una DMN disinnescata per un po’ e con le reti neurali cablate diversamente in modo da affrontare le sfide della vita in modo diverso?

Vedremo cosa ci diranno gli studi di sicurezza ed efficacia nel prossimo futuro.

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