Un dibattito tra giganti della scienza e un’opportunità di riflessione

Introduzione

Ho deciso di condividere qui alcune riflessioni sul mio l’articolo “Mala tempora currunt?” di Silvia ed Eros Gambarini su Prisma Magazine, perché mi ha colpito nel profondo. Non è un semplice pezzo di divulgazione, ma una scintilla che accende un dibattito profondo e, secondo me, necessario.

Gli autori prendono spunto da una controversia tra due figure di spicco della fisica, Carlo Rovelli e Angela Bracco, riguardo alla memoria di Enrico Fermi.

La vera forza di questo articolo non sta nel raccontare la “lite” (il dibattito è assolutamente utile e produttivo), ma nel generare domande e quesiti. Questo è lo strumento madre della mia attività quotidiana da formatore e coach.

Come professionista della crescita personale, credo fermamente che le risposte siano meno importanti delle domande che le precedono. Questo articolo mi ha affascinato proprio per la sua capacità di generare interrogativi cruciali, che vanno ben oltre la figura di Fermi.

Silvia ed Eros toccano temi universali approfondendo il dialogo emerso attorno alla figura di Enrico Fermi: il rapporto tra scienza e contesto storico, la responsabilità etica dei ricercatori e l’influenza della politica e della società sul sapere.

Vi invito a leggerlo non solo per il suo contenuto (comunque molto interessante), ma per l’approccio maieutico con cui è stato scritto. Un approccio che ci spinge a pensare in modo critico e a porci le domande giuste per navigare in un mondo sempre più complesso.

In situazioni come queste, la discussione rimane troppe volte sterile, perché si polarizza attorno a posizioni estreme che lasciano poco spazio a domande e approfondimenti. Serve uscire da questo circolo vizioso e avvicinarci a un circolo virtuoso nuovo.

È importante partire dall’assunto che sono le domande che mi pongo a produrre la conoscenza. Le risposte possono variare e produrre diversi scenari, tutti possibili. Usando una metafora scientifica, il dialogare può essere paragonato a un processo di fisica quantistica.

L’analisi della posizione delle particelle nel mondo nel mondo della fisica quantistica dipende anche dall’osservatore che a seconda del punto di osservazione cambia la dinamica e quindi la posizione.

L’osservazione quindi diventa parte attiva della percezione. E le domande sono lo strumento per trovare il punto di vista che ci può aiutare a comprendere meglio la situazione, il problema che stiamo analizzando.

Prima vi ho condiviso alcune delle domande e riflessioni emerse nella mia mente durante la lettura di questo articolo “quantico”. Proviamo a porci queste domande e a riflettere insieme sulle implicazioni che ne possono scaturire.

Come analizzare la storia della scienza? Quanto influisce il contesto storico?

Quando analizzo la storia della scienza (ma anche solo la storia), mi rendo conto che non posso semplicemente giudicare gli scienziati con il senno di poi. La storia di Enrico Fermi ne è un esempio lampante. Il dibattito sorto intorno alla sua figura mi ha fatto riflettere su quanto il contesto storico sia un fattore determinante.

Lo si capisce dal fatto che la professoressa Bracco lo difende ricordando il periodo in cui ha operato, segnato da guerre e regimi totalitari. L’articolo sottolinea che giudicare oggi le sue azioni senza considerare quel quadro sarebbe un’operazione superficiale.

Enrico Fermi non era un politico, ma un ricercatore che si muoveva in un contesto complesso, e la sua storia ci insegna che l’evoluzione del sapere scientifico non è una linea retta, ma un cammino tortuoso, pieno di compromessi e decisioni prese in momenti di grande incertezza.

Probabilmente, non sapremo mai cosa pensasse delle applicazioni dei suoi studi. Siamo certi solo di come siano stati utilizzati. Sarebbe bellissimo capire meglio cosa avesse in mente. Sicuramente, abbiamo letto i feedback dei suoi studenti.

Possiamo così immaginare che amasse insegnare e condividere la sua curiosità di scienziato stimolando l’amore verso il processo scientifico, al di là dell’uso applicativo delle sue opere di ingegno.

2. Quanto cambia il punto di vista a seconda degli interlocutori?

Il dibattito tra Rovelli e Bracco, come condiviso pocanzi, mi ha subito ricordato il lavoro da formatore che svolgo e la mia passione per la fisica quantistica. Come sostengo spesso in aula, le risposte variano come la posizione delle particelle.

Ogni nostra posizione comunicativa dipende dal punto di osservazione che prendiamo. Anche quando siamo certi di alcuni assunti di partenza, potremmo trovare qualche informazione che riesce a cambiare il punto di vista e a farci riflettere ulteriormente.

Dipende in gran parte da noi. L’intero articolo si basa proprio su questo concetto: l’osservazione cambia la dinamica. Rovelli osserva la storia di Fermi attraverso la lente della responsabilità etica odierna, e lo vede come un monito per la scienza del nostro tempo.

Bracco, invece, lo osserva attraverso la lente della memoria storica, cercando di custodirne l’integrità e il genio. Entrambi hanno un punto valido, ma il loro disaccordo dimostra che non esiste un’unica verità fissa: la conoscenza è un processo dinamico che cambia a seconda di chi la interroga e da quale prospettiva.

La cosa più importante non è la conclusione a cui arriveremo, ma individuare gli assunti da cui partiamo nel ragionare ed essere disponibili ad aprire il confronto mettendoli in discussione.

3. Quanto religione, politica ed etica possono entrare in questa dinamica d’osservazione?

La scienza non vive in un mondo isolato, ma è costantemente influenzata da forze esterne che ne plasmano il percorso. L’articolo offre esempi concreti di questa dinamica d’osservazione.

Sull’etica, mi ha colpito il confronto tra il Progetto Manhattan, un’impresa scientifica segretissima, e la Conferenza di Asilomar sul DNA ricombinante, un modello di autoregolamentazione etica della scienza.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, centinaia di scienziati lavorarono in segreto per costruire la bomba atomica. L’obiettivo era un’arma di distruzione di massa, e le implicazioni etiche e morali non erano la priorità principale.

Il progetto non fu autoregolamentato; al contrario, era guidato dalla necessità politica di vincere la guerra. Gli scienziati, pur consapevoli della potenza distruttiva della loro creazione, operarono in un contesto di massima segretezza e obbedienza a un fine imposto dalla politica.

La conferenza di Asilomar del 1975 rappresenta l’esatto opposto. I biologi che lavoravano sul DNA ricombinante, una tecnologia che permette di “tagliare e incollare” il DNA, si resero conto del potenziale pericolo delle loro scoperte (ad esempio, la creazione di nuovi agenti patogeni).

Invece di aspettare che governi o militari imponessero regole, decisero di agire in modo proattivo. Si riunirono e concordarono volontariamente una serie di linee guida e limiti di sicurezza per le loro ricerche.

Fu un atto di autoregolamentazione etica, un esempio di come la comunità scientifica può assumersi la responsabilità delle proprie scoperte per il bene comune, prima ancora che esse vengano utilizzate in modi imprevedibili o pericolosi.

Abbiamo così da una parte la politica dove si vede chiaramente come il sapere scientifico sia stato condizionato da interessi politici e militari nella corsa agli armamenti o di come oggi la politica si scontri con la conoscenza, citando il caso dei “no vax” che trovano spazio nella sanità pubblica. Capitolo che andrebbe discusso in uno spazio dedicato a causa della sua complessità scientifica ed etica.

A tal proposito, aggiungo una mia riflessione personale: sebbene l’articolo non lo menzioni, credo che anche la religione abbia spesso giocato un ruolo attivo in questo dibattito storico, mettendo in difficoltà i ricercatori che si sono trovati a combattere non solo con enigmi scientifici, ma anche con dogmi culturali.

Pensiamo a quanti scienziati siano stati considerati eretici perché mettevano in discussione i dogmi considerati assiomaticamente veri perché avevano il dubbio che ci fosse un punto di vista alternativo da esplorare.

4. L’Antidoto all’Incompetenza: La Maieutica contro l’Effetto Dunning-Kruger

Mi auguro davvero che questo articolo venga letto da tanti, perché il suo approccio maieutico può diventare un antidoto potente all’effetto Dunning-Kruger.

Per chi non lo conosce, questo effetto si manifesta quando siamo convinti di avere tutte le competenze per interpretare alcuni fatti e non ammettiamo né a noi stessi né a coloro con cui stiamo parlando di avere a disposizione solo una parte della conoscenza.

Penso a me stesso di fronte a un medico epidemiologo. Posso anche avere a disposizione alcune informazioni rispetto ad alcune malattie (mettiamo il Covid). Ma non ne avrò mai tante quante ne può avere lui a disposizione.

Non significa che non possiamo dialogare, ma dobbiamo ammettere la nostra incompetenza (nel senso socratico di sapere di non sapere). Altrimenti, ogni discussione, si scontrerebbe facilmente con una polarizzazione delle posizioni senza ascolto dell’altro.

L’articolo, da questo punto di vista, descrive perfettamente il rischio che stiamo attraversando oggi. Abbiamo tantissime informazioni in rete che ci fanno credere di essere più competenti di quanto non siamo nella realtà.

La nostra può essere definita l’”era dell’incompetenza”, dove chi ha meno conoscenza tende a sovrastimarla, credendo che la propria opinione valga quanto quella di un esperto. Questo porta a un vero e proprio “collasso cognitivo”.

L’articolo dimostra però che la diatriba tra scienziati non è una debolezza, ma la forza stessa del processo scientifico: il dibattito è ciò che permette di correggere errori e di progredire.

L’onestà intellettuale, la capacità di porsi domande e di ammettere i propri limiti, è l’unica via per combattere la presunzione dell’ignoranza e per tornare a fidarsi del sapere come fondamento di dialogo e progresso.

Cosa mi porto a casa

Assolutamente, ho preparato una sintesi finale completa, includendo il capitolo conclusivo “Cosa mi porto a casa?”, che riassume i punti chiave e l’approccio che hai espresso.

Sintesi Finale: Dalla Fisica Quantistica alla Maieutica del Sapere

L’articolo “Mala tempora currunt?” di Silvia ed Eros Gambarini è molto più di un semplice resoconto di un dibattito tra scienziati; è un’opportunità per applicare i princìpi della fisica quantistica alla comprensione del mondo. La discussione su Enrico Fermi mi ha mostrato che la verità non è assoluta, ma cambia a seconda del punto di osservazione. In un mondo sempre più polarizzato, questo approccio è un invito a superare i dogmi e a cercare la complessità dietro ogni vicenda, che si tratti della storia, della scienza o delle nostre stesse interazioni.

Il vero valore di questo articolo risiede nella sua natura maieutica: non fornisce risposte, ma stimola a porsi le domande giuste. Ho compreso che le sfide attuali, come la gestione delle fake news o la diffidenza verso la scienza, non sono un problema di informazioni, ma di approccio al sapere. È fondamentale tornare a fidarsi del processo scientifico, che è fatto di dialogo, dubbio e umiltà, e non di certezze assolute.

Quindi … uQCosa mi porto a casa?

Una conferma forte della validità di tre concetti fondamentali che applico nella mia vita e nel mio lavoro:

  1. L’importanza del “saper di non sapere”: L’articolo mi ha confermato che l’ onestà intellettuale è il primo passo per ogni vera crescita. Riconoscere i propri limiti, ammettere l’incompetenza su determinati argomenti e porsi in una posizione di ascolto è l’unico modo per superare l’ effetto Dunning-Kruger. La diatriba tra scienziati non è un litigio, ma un dibattito necessario che si basa sulla messa in discussione degli assunti di partenza per far progredire la conoscenza.
  2. Il valore del contesto storico e la responsabilità etica: giudicare le azioni passate senza considerare il contesto storico è un errore. Allo stesso tempo, emerge in modo chiaro che gli scienziati non possono più permettersi di essere neutrali. La scienza non è un’entità astratta, ma è fatta di persone che operano in un mondo reale, e le loro scoperte, come il Progetto Manhattan, hanno conseguenze dirette sulla società. È essenziale che la scienza si doti di un codice etico, come nel caso della Conferenza di Asilomar, per guidare le proprie scoperte.
  3. Il dialogo come strumento di progresso: L’articolo ha messo in evidenza la necessità di uscire da un circolo vizioso fatto di polarizzazioni. La soluzione non è avere ragione, ma condividere il proprio punto di vista e aprirsi a quello degli altri. Le mie domande iniziali sul rapporto tra scienza, politica, etica e religione mi hanno permesso di vedere che il dibattito è la forza che permette al sapere di evolvere. Per me, questo è l’insegnamento più grande: la conoscenza non è un punto di arrivo, ma un processo di continua scoperta.

Spero ovviamente che leggiate l’articolo e tutti i riferimenti che sono in esso contenuti e mi condividiate la vostra opinione. Il dialogo è la chiave della crescita e spero che questo articolo alimenti la voglia e il piacere di dialogare anche di fronte a idee e posizioni molto lontane dalle nostre.

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