“Non dirmi che hai paura”: il Viaggio coraggioso di Samia

Introduzione

La vita è narrazione. Ogni persona vive elaborando, ricevendo, trasformando storie. I fatti che crediamo fatti in molti casi sono punti di vista narrativi che ci ingombrano la mente, riducendo le nostre possibilità di scelta libera.

Il meccanismo consumistico che facciamo dei media, tv, social, giornali, non fa altro che aumentare la nebbia nella nostra testa. Un fatto sembra un fatto fino a quando viene narrato in un solo modo. Ciò che accade nel mondo è determinato da ciò che giornalmente riceviamo dalle fonti di informazioni che scegliamo.

Il problema è che la scelta delle fonti non è completamente libera. Nessuno, è vero, ci obbliga a comprare lo stesso giornale o a guardare lo stesso canale o ad aprire gli stessi link di content creator che commentano notizie fornendoci i loro punti di vista.

Ma il nostro cervello non ama le dissonanze percettive, per cui troviamo più comodo trovare fonti di informazioni che ci facciano scoprire evidenze coerente con quanto già sappiamo (sarebbe meglio dire pensiamo di sapere).

Studia questo meccanismo all’università IULM anni fa. Faceva parte del corso Sociologia della comunicazione. La nostra mente ha un’agenda mentale definita dai media (che allora erano TV e giornali) che è influenzata dallo spazio concesso sui media alle diverse notizie.

Solo le notizie che superano una certa soglia (massa critica comunicazionale) possono ambire a diventare un punto nella nostra agenda mentale. Questo fenomeno è detto Agenda Setting e contribuisce alla definizione di una notizia: ne stabilisce l’importanza e l’urgenza, generando in noi delle priorità che crediamo reali.

Oggi giorno, il problema è evoluto, perché il consumo dei social ha aumentato ulteriormente il fenomeno. Se cerchi qualcosa su internet, se digiti su whatsapp una parola, dopo poco il sistema di inoltra annunci e notizie coerenti con quella parola.

Questo genera un feedback “positivo” (non nel senso di giusto o bello, ma di deviante, perché rinforza la narrazione che per statistica cerchi maggiormente. Senza dovuti contraltari, è facile giudicare notizie solo sulla base del percepito narrativo.

Non significa che ogni notizia sia falsa, ma che ogni volta che evitiamo di cercare contro informazioni rischiamo di prendere per buoni titoli allarmistici e propagandistici. Io ci casco spesso e lo so perché mi documento e scopro le castronerie che avrei potuto credere vere!

Il caso dei migranti: quale verità vogliamo prendere in considerazione

Ora, veniamo al tema de libro di cui vi voglio parlare. Stiamo parlando di quel fenomeno migratorio che viene spesso usato sui giornali da tutti i partiti per attivare seguito. Abbiamo fazioni politiche che lo vedono come un fenomeno da interrompere sulle coste dell’Africa (“Dovrebbero rimanere a casa loro, perché starebbero meglio”).

Altri partiti, invece, riconoscono l’impossibilità per questi coraggiosi migranti di rimanere nella propria terra e promuovono un’accoglienza continua (“Scappano perché lì non ci sono alternative per loro!”),

Chi avrà ragione? Chi può dirlo? Come affrontare il tema in modo fattuale e con onestà intellettuale?

Intanto, per approfondire il tema dobbiamo comprendere che la narrazione che i media ci propinano sui migranti è spesso un’immagine distorta, fatta di numeri, statistiche e, purtroppo, pregiudizi. L’obiettivo è vendere più copie, fare clic bait non certo fornire informazioni chiare e fondate.

Quante volte li abbiamo visti rappresentati come masse aggressive, senza volto, con l’unico scopo di “invadere” il nostro mondo?

Dietro ogni numero c’è una possibile storia. O c’è una storia reale che non conosciamo. C’è un dramma, una speranza, una vita.

Qui entra in gioco “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella. Non è solo un libro, è un pugno nello stomaco che squarcia almeno una parte del velo dell’ignoranza che rappresenta questo fenomeno.

Ci mostra, infatti, il “Viaggio” per quello che è: un’odissea umana, disperata e tragica.

Il libro ci porta nella vita di Samia Yusuf Omar, una giovane atleta somala. Una persona che amava il suo paese, la Somalia, e che non l’avrebbe mai voluta lasciare. Nemmeno sotto tortura.

Il suo, quindi, non era un sogno di fuga. Voleva liberare la Somalia grazie allo sport. Un riscatto per tutte le donne costrette in una prigionia silenziosa nelle loro case. Era sicura che correre le Olimpiadi per la sua Somalia, per la sua gente avrebbe fatto la differenza.

Per tanto tempo, per quanto fosse complesso allenarsi, partecipare alle gare, non volle nemmeno prendere in considerazione l’idea del “viaggio”. Anche perché aveva imparato a non lasciarsi spaventare da nulla. Grazie soprattutto alla frase di suo papà.

Tutto è condensato nel titolo del libro, quella frase che suo padre le ripeteva, “Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere”.

Così resiste per tanto, tantissimo tempo, subendo soprusi e delusioni, sempre in nome di quella frase che continuava a echeggiare nella sua testa e nel suo cuore. Le funziona come un mantra, una sorta di continuo incoraggiamento personale a una filosofia di sopravvivenza in un contesto di terrore.

Credeva di poter superare tutto, le corse col burqua in testa, le notti allo stadio di nascosto, i rientri a casa senza farsi beccare da nessuno dei miliziani. Un mantra, che lei stessa regalerà alla sua nipotina Mannaar, figlia di sua sorella già fuggita qualche anno prima.

Infanzia e sogni a Mogadiscio

Cerchiamo di conoscere meglio Samia  per capire come ragiona e come si muove in un luogo così diverso dal nostro come la Somalia degli anni 90. Cresce a Mogadiscio, in una famiglia numerosa e unita.

La sua infanzia può essere sintetizzata in un mix di amore familiare incredibilmente forte e la presenza costante di polvere da sparo intorno a sé, a rappresentare la costanza del conflitto. Una sorella cattiva che non ti lascia mai libero.

Samia trova il suo rifugio nella corsa. Il suo faro di speranza in una realtà sempre più buia, dove suo padre, Yusuf,  che la chiama la sua “piccola guerriera,” e il suo amico di una vita, Alì, sono i suoi più grandi sostenitori.

Nonostante Samia fosse del clan Abgal e Alì del clan Darod, storicamente in guerra, vivevano nella stesso gruppo di case e il loro legame era più forte delle divisioni imposte dall’esterno. Dalla guerra. Dalla divisione tra clan in lotta. Cose che proprio non comprende.

La guerra, però, continua a peggiorare la situazione. Prima le impedisce di toccare il mare, uno dei suoi elementi, poi costringe Alì (dell’altro clan) a non poter andare a scuola. Samia, però, continua a credere nel futuro ed è fortemente convinta che “la guerra può togliere delle cose, ma le cose che per lei sono importanti, la corsa e le sue amicizie, non può toccarle”.

Eppure, l’ombra violenta degli estremisti di Al-Shabaab si allunga sempre di più, minacciando la loro libertà e i loro sogni riducendo sempre di più le loro libertà a costringendoli a cambiamenti duri da accettare.

Ma Samia continua a correre (di notte e tutta coperta) per le vie di Mogadiscio.

Dalla paura al coraggio

La situazione peggiora a tal punto  che Al-Shabaab decreta la fine di ogni libertà. Musica, cinema, persino la possibilità di correre liberamente per Samia, vengono totalmente proibiti. Le donne sono costrette a indossare il burqa nero in ogni momento.

Nonostante i rischi di persecuzione, la paura delle pallottole e della violenza fisica, i genitori di Samia continuano a sostenere i sogni delle figlie (la sorella di Samia, Hodan, ama cantare e la autorizzano a continuare di nascosto per quanto questo causi dei rischi).

La loro dignità e forza d’animo sono ammirevoli.

La guerra, però, continua a dividere. Prima, costringe  Hodan, la sorella di Samia, a una scelta lacerante. Decide di partire per il Viaggio (verso l’Europa). Uno strazio perdere la quotidianità con la sorella amata. Un dolore sapere che non vi sia scelta libera.

È l’unico modo per permetterle di coronare il suo sogno del canto e l’idea di vivere una vita libera dalla guerra e dalla violenza.

Poi, con il colpo di grazia. La più dolorosa delle perdite. Il tradimento. Alì, il suo più caro amico e “fratello” per scelta, si unisce alle forze di Al-Shabaab, in un atto che cambierà per sempre il corso delle loro vite.

Le scelte di Alì frantumano il sogno di Samia di diventare atleta nel suo paese e la spingono a intraprendere un viaggio disperato per trovare una nuova vita in Europa.

L’inferno del viaggio

Come raccontare il viaggio qui? Sono rimasto ferito nel leggere le insidie a cui vanno incontro. Nulla di paragonabile a quanto raccontato sui media. Il viaggio in mare è l’ultima tappa, forse la più pericolosa, ma non è che le altre siano da meno.

Il Viaggio è l’inferno fatto a tappe. Le tappe sono un susseguirsi di orrore: Addis Abeba, Sudan, Libia. Le condizioni sono disumane. Stipati come animali in jeep e container, senza cibo né acqua. Malattie, violenza, stupro. I trafficanti li chiamano “hawaian”, animali. Un’esperienza di annullamento totale. Per sopravvivere, bisogna “dimenticare il motivo per cui sei lì”.

Nonostante tutto, Samia continua a trovare la forza nel suo sogno olimpico. Vuole arrivare là dove potrà tirar fuori il suo talento. Solo che il viaggio poco alla volta le toglie ogni energia, ogni forza. Quasi non riesce a ricordarsi perché stia facendo quello che sta facendo.

Fortunatamente, incontro Nigist che le ricorda chi è. La persona che è. In un contesto in cui Samia è stata spogliata della sua dignità e della sua identità, l’incontro le permette di riconnettersi con sé stessa, con il suo passato e con il suo sogno di atleta, ritrovando la forza per continuare la sua odissea. Altrimenti, forse, sarebbe davvero impazzita.

Ma l’ostacolo più grande, il Mediterraneo, è ancora da affrontare. Il mare, che Samia aveva sempre idealizzato, si rivela l’ultimo potenziale inganno. Le imbarcazioni fatiscenti e i rischi sono la tragica realtà e il deserto è stato un piccolo ostacolo rispetto a ciò che nel mare deve affrontare.

Cosa ci portiamo a casa

Questo libro è un pugno nello stomaco. Anzi una combo di colpi. Ci lascia con una rabbia profonda per la disumanità mostrata, per la crudeltà degli uomini che si comportano come “feccia umana,” e per l’uso distorto della religione come copertura per la barbarie.

E ci lascia con una tristezza infinita per quel che deve attraversare Samia per poter raggiungere i propri sogni.

Come è possibile che nascere in due luoghi così diversi porti a vite così diverse e tra le altre cose così inique? Cosa ha fatto Samia per non meritarsi quel che ho avuto io dalla vita (andare a scuola, fare sport, … tutto ciò che la nostra vita normale permette ai più)?

Non ho una risposta. E, soprattutto, non so se nessuno possa averla. Sicuramente, questa consapevolezza mi rende ancora più convinto che non si possano far tornare indietro persone dopo un viaggio così. Dobbiamo trovare altri modi per restituire la fortuna che abbiamo ricevuto nascendo in un posto come il nostro.

Per quanto la gestione dell’immigrazione non sia un fiore all’occhiello e porti magari anche a spreco di denaro pubblico, l’idea di lasciar morire i sogni di queste persone mi sembra ingiusto. Dall’altro lato, credo che tutto debba essere fatto in sicurezza.

Chi viene da questi luoghi non è sempre uguale a Samia. Molti sono arrabbiati, molti sono culturalmente impreparati, molti non hanno idea di quello che troveranno. Nemmeno lasciarli arrivare senza un momento di accoglienza fatto bene può essere la soluzione.

Altrimenti, sarà difficile veder fiorire le loro vite qui insieme a noi.

Per tutte queste riflessioni mi sento di ringraziare Samia per la sua storia. Nonostante tutto quel che le accade, Samia rimane un simbolo di resistenza e dignità. La sua figura, una “piccola guerriera” che corre per la libertà, si erge come un monumento a ricordo di tutti i sogni infranti causati dalla guerra e dall’indifferenza dei più.

La sua storia è un potente antidoto alla narrazione semplificata e sfrutta dalla politica per generare consensi e spesso ostile dei migranti. Se è vero che Dio ha generato il mondo e con esso tutte le popolazioni anche i migranti hanno diritto a vivere una vita piena.

Il loro Viaggio fa davevro paura ed è troppo semplicistico urlare “Tornatevene a casa” o “Non dovete farli partire”. Il Viaggio è spesso una questione di sopravvivenza disperata, dove la libertà di scelta si annulla.

Proviamo ad aprire occhi e orecchie quando sentiremo altre notizie sul tema migratorio. Non tutto è come sembra. E vale per tutto ciò che ci propinano i media. Proviamo ad approfondire, a fare ricerche prima di prendere posizione.

So che è faticoso, ma può rendere la nostra vita più illuminata.

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