Intro
La vita è piena di sorprese. Questo aspetto lo do sempre per scontato. Nulla dura in eterno. Tutto cambia sempre, quindi forse non cambia mai. Le sole abitudini, a volte nemmeno quelle, riescono a superare l’onda del cambiamento.
Oggi, mentre scrivo, mi sento un po’ frastornato. È come se avessi fatto un incubo di quelli che sembrano davvero reali. E se per anni avessi detto un sacco di fregnacce? E se tante delle teorie raccontate da me e da tanti colleghi non fossero proprio proprio vere?
Un incubo da formatore e coach. Un mio incubo. Cerco sempre di fare citazioni, di avere dati, di mostrare studi. Lo faccio cercando di renderli digeribili, potabili. I dati per quanto io sia un amante della comunicazione narrativa … Sono tanta roba.
Ogni tanto mi rendo conto che non sono tutto, perché i dati in tante occasioni parlano del passat e possono solo ipotizzare il futuro ma non riescono del tutto a dipingerlo. Eppure, in tante situazioni ci azzeccano. Poi però a volte arriva qualcuno che fa un salto quantico e tutto cambia.
Come può fare un dato a predire tutto ciò? Probabilmente può solo grazie all’esperienza dubitativa del suo coach. Lo scienziato che ne cura lo sviluppo.
Il libro Come funzionano le emozioni è scritto proprio con questo approccio e per questo mi ha molto colpito. Non è di facile lettura perché è molto analitico, lento e spesso ripetitivo. Vuole sdraiarti con i dati a disposizione che confutano alcuni mainstream del nostro settore.
Alla fine, però riesce a impressionarti perché ti dimostra con calma e analiticità quanto sia importante rimanere aperti a punti di vista nuovi quando i precedenti non riescono a spiegare bene tutto quanto.
Ed è proprio per questa ragione che inizia a indagare le emozioni, perché non trova così tante conferme alle teorie che dominavano il settore delle neuroscienze. E qui si è permessa di toccarmi Ekman. Il mitico Paul Ekman, il Tim Roth di Lie to me.
Per iniziare a parlare del libro comincerei proprio da qui, dal fatto più controverso per me: la critica alla ragion di Ekman.

Ekman e le emozioni universali
Lisa Feldman Barrett nel suo libro lotta contro diversi autori sia del presente che del passato. Nuota controcorrente perché tutti credono che le emozioni siano universali e non sono aperti a sentire una campana diversa.
L’autrice prova a fare sperimentazioni per verificare l’attendibilità della tesi e si trova di fronte a risultati non così netti. Anzi. Più aumenta gli sforzi e maggiormente si ritrova dati controversi, dove l’universalità sembra solo un miraggio.
Così arriva a criticare ampiamente tutti gli esperimenti di Paul Ekman condotti in Papua Nuova Guinea e non solo. Per velocità, cito solo quelli condotti sul campo, perché furono quelli che mi convinsero anni fa (oltre a Lie to me) a credere nell’universalità delle emozioni.
Furono comunque tra gli studi più importanti che hanno portato allo sviluppo e alla diffusione della (sua) teoria delle emozioni universali.
La prima critica è legata al fatto che Ekman abbia usato delle etichette di emozioni fornite tramite traduzioni e spiegazioni che abbiano condizionato la percezione stessa di ciò che stessero provando.
Ekman ha effettivamente mostrato ai partecipanti fotografie di espressioni facciali stilizzate, chiedendo loro di abbinarle a storie che rappresentavano specifiche emozioni (es. “un uomo è arrabbiato perché suo figlio è scappato”).
Lisa Feldman Barrett critica il fatto che queste immagini fossero costruite per rappresentare stereotipi emotivi occidentali, non universali e che lo stesso atto di spiegare ciò che era rappresentato nelle foto poteva influenzare la percezione delle stesse.
Inoltre, le espressioni facciali mostrate erano esagerate e semplificate, rendendo più facile per i partecipanti scegliere l’abbinamento “giusto”, anche se non rifletteva necessariamente una comprensione autentica delle emozioni rappresentate.
Un altro aspetto importante era legato al fatto che i partecipanti non sceglievano liberamente come interpretare le espressioni facciali. Gli venivano fornite opzioni tra cui scegliere.
Questo approccio, chiamato “forced-choice task”, costringeva i partecipanti a selezionare una risposta tra un numero limitato di possibilità. Una spiegazione aperta avrebbe potuto mostrare molte più differenze nell’interpretazione della stessa emozione rappresentata.
In sintesi, Lisa Feldman Barrett usa il caso degli esperimenti in Papua Nuova Guinea per dimostrare che le emozioni non sono biologicamente universali ma culturalmente costruite.
Le sue critiche evidenziano che i metodi di Ekman riflettevano un bias occidentale e non tenevano conto della complessità culturale delle emozioni.
Sentire queste critiche mi stupisce, perché, nei miei ricordi, nel libro Ekman Te lo leggo in faccia, mi sembra di ricordare che l’autore fosse proprio convinto che le emozioni fossero socialmente costruite e non universali. Chissà che sarà successo in Papua Nuova Guinea.
Il potere del dato (di fatto)
A questo proposito, ricordo un libro molto curioso e interessante chiamato “Mentire con le statistiche”. Ai dati puoi fare dire tantissime cose. Dipende da cosa vuoi far vedere. Il dato di fatto è che il dato stesso è fatto per essere manipolato da chi lo racconta. E questo fa strano.
Qualcuno potrebbe dubitare, dicendo “ma i dati non sono dati”? Non del tutto. Perché gli indici, gli indicatori, la media, la mediana, l’R quadro, la varianza, … sintetizzano la realtà dei dati e ogni sintesi influenza la percezione che ne fuoriesce.
Quindi?
Quindi, nemmeno i dati possono dirci tutto. Lo fanno di più le domande che ci poniamo di fronte a loro. Una sorta di self coaching, insomma. Sì, proprio un self coaching spinto dove ogni pensiero, ogni riflessione, deve essere processata all’interno di un sistema di check fatto di domande potenti.
Quanta fatica. Sì, ci vuole sforzo per essere liberi. E ce lo conferma con molta durezza e assertività, a volte un poco di arroganza Lisa Feldman Barrett. Nel suo libro Come sono fatte le emozioni ci aiuta a fare questo check rispetto all’intera storia di come funzionano le emozioni.
Ci dice aiuta a capire dove sono cablate. Se esista un kit per poterle interpretare, un’area da studiare per conoscerle meglio. Sono innate, scritte nel DNA come dice Ekman? O, sono costruite come sostengono i costruttivisti?
Lisa Feldman Barrett ci invita a compiere un viaggio straordinario dentro la mente umana, demolendo molte delle convinzioni tradizionali che abbiamo raccolto sulle emozioni. Che giramento di coj… nes!
Non è possibile aver studiato per anni su libri che ti dicono di aver dimostrato qualcosa e poi scoprire che quella cosa non è proprio così vera. Uno vorrebbe il rimborso del tempo, delle figure di emme. O forse è stato comunque bello il viaggio anche attraverso gli errori commessi dagli studiosi.
Cosa ho imparato quindi? A mettere in dubbio tutto ciò che leggo, mantenendo una critica costruttiva che mi possa lasciare libero di leggere e approfondire, curiosando dappertutto, ma ricordando sempre di non prendere per oro colato nemmeno gli studi che vengono citati. Fare uno studio non significa farlo bene.
Così cercherò di fare anche discutendo questo libro. Voglio essere aperto a una lettura che è una sfida intellettuale per me. Per anni ho approcciato in modo tradizionale il mondo delle emozioni e ora arriva Lisa che ci sconquassa le credenze. Avrà ragione?
Lisa Feldman Barrett con il suo stile diretto e leggermente polemico rispetto all’atteggiamento della scienza nei confronti della psicologia tradizionale ci porta oltre le rappresentazioni convenzionali, verso un modello di emozioni come costruzioni cognitive e sociali.
Lisa crede che sia un grande errore fidarsi delle semplificazioni del passato e le disintegra all’interno del libro poco alla volta, studio per studio. All’apparenza, almeno, è riuscita a impostare studi che siano meno indirizzanti.
Uno degli studi maggiormente criticato è proprio quello di Ekman da cui parte il mainstream delle emozioni innate, scritte nel DNA e sul volto. Un virus della mente che ha pervaso tutta la psicologia fino al giorno d’oggi. Ma forse oggi possiamo cambiare punto di vista e vedere altro.
Il mito delle emozioni universali
Uno dei punti centrali del libro è proprio la critica diretta e schietta alla teoria classica delle emozioni, che le considera innate, universali e legate a specifiche regioni del cervello. Secondo la Barrett, non esistono circuiti cerebrali specifici per la rabbia, la tristezza o la gioia.
Le emozioni come il cibo. Gli ingredienti per fare dolci o preparare una pizza possono essere simili, ma il processo con cui sono legati cambia sostanzialmente e trasforma il vissuto facendo sì che diventi gioia, dolore, tristezza, paura o rabbia.
Gioia, paura e rabbia hanno entrambe un sistema simpatico che si altera, un battito cardiaco in accelerazione. Siamo predisposti a fare qualcosa con energia. Eppure, la sensazione che ci descrive dentro è molto diversa perché si aggiungono altri fattori oltre al cambio di battito cardiaco.
Le emozioni non sono, pertanto, programmi biologici predefiniti, ma piuttosto costruzioni che emergono dall’interazione tra la mente, il corpo e il contesto sociale. Tre elementi cardine senza i quali sarebbe secondo lei impossibile affrontare la questione.
Per esempio, la percezione della paura non è qualcosa di innato, bensì il risultato di una serie di processi cognitivi e interocettivi che il cervello utilizza per interpretare segnali corporei. Questa visione mette in discussione decenni di ricerca e offre una nuova prospettiva.
Le emozioni sono flessibili, variabili e profondamente influenzate dalla cultura, dalla granularità con cui siamo in grado di parlare di emozioni. Quante sfumature conosciamo? Quante parole sappiamo attribuire a ciò che stiamo provando?
Un numero di parole maggiori è associato a una migliore elaborazione emozionale. E questo è dovuto a come siamo stati educati dalle nostre figure di riferimento a parlare di ciò che ci accade dentro.
Se mi avete seguito fin qui potrebbe non esservi chiaro il termine interocezione. Si tratta del processo attraverso il quale il cervello percepisce, interpreta e regola gli stati interni del corpo.
Si tratta di un meccanismo fondamentale per mantenere l’equilibrio interno, o omeostasi, e per garantire il corretto funzionamento del corpo in relazione alle sue esigenze energetiche e fisiologiche.
Come funziona l’interocezione
L’interocezione si occupa del monitoraggio del bilancio corporeo, tenendo da conto: battito cardiaco, temperatura corporea, la fame, la sete e tutti i bisogni fisiologici. Ma perché li monitora? Perché questi segnali devono permettere al corpo di regolare il suo bilancio energetico.
Insomma, il corpo vuole essere tendenzialmente pronto ad affrontare le sfide che si trova di fronte.
Nell’interocezione, però, entra in gioco anche l’affettività. Le sensazioni affettive sono spesso descritte in termini di Valenza (piacevole/spiacevole) e Arousal (eccitazione/calma). Le emozioni partono da questi stati interni, interpretati dal cervello in stretta relazione con il contesto.
Come è facilmente intuibile da questi primi elementi, Lisa Feldman Barrett considera l’interocezione come un sistema predittivo molto sofisticato (a volte impreciso, ma efficiente per quel che serve a noi esseri umani).
Quind il cevello è organizzato in modo tale per cui le regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione dell’interocezione fanno costantemente previsioni sui bisogni del corpo e li regolano prima ancora che diventino evidenti.
Tutto quindi accade a livello di sub coscienza. Un sistema predittivo che Liza chiama Chiacchierone interno, perché è in costante dialogo con tutto il resto del cervello (e del corpo), influenzando non solo al fisiologia, ma anche le percezioni e i comportamenti.
Quindi, il sistema è continuamente in equilibrio/squilibrio e a seconda del momento il Chiacchierone altera gli ingredienti per riportare tutto a un equilibrio che risponda ai bisogni. Ma … Cosa succede quando interpretiamo quel che avviene dentro mentre è in atto il riequilibrio?
Per dirla più semplice, una sensazione fisica di tensione come viene interpretata? Rabbia? Paura? Eccitazione? Purtroppo, come potete ormai immaginare, non c’è una risposta univoca. Dipende tutto dal contesto. È la nostra interpretazione veloce del contesto a liberare lo spazio emotivo.
È per questo che Lisa sostiene che le sensazioni interocettive sono strettamente legate al concetto di realismo affettivo, secondo il quale le percezioni sono influenzate dallo stato corporeo. Così, le emozioni, per Lisa Feldman Barrett, non sono entità fisse.
Lei parla costantemente di costruzioni mentali e percettive che emergono dall’interpretazione delle sensazioni interocettive combinate con i concetti che abbiamo appreso culturalmente e individualmente attraverso le nostre esperienze.
Un continuo dialogo/scontro che ci fa vivere quel che viviamo.
Quindi perché l’interocezione è importante?
L’interocezione è il cuore della teoria costruzionista di Lisa Feldman Barrett sulle emozioni. Le emozioni non sono reazioni automatiche predefinite, ma esperienze che emergono dall’integrazione di segnali corporei e previsioni cerebrali.
Comprendere l’interocezione significa quindi capire come il cervello costruisce l’esperienza soggettiva e come questa influenza il comportamento e le decisioni. Quindi, per quanto le reazioni sembrino simili, c’è tantissima diversità nel modo con cui arrivano alla nostra mente.
Il ruolo del realismo affettivo
Non posso non approfondire un concetto pocanzi citato, il realismo affettivo. Si tratta di un altro pilastro del libro. Barrett spiega che ciò che percepiamo è fortemente influenzato dalle nostre aspettative, credenze e stati corporei.
Per comprendere appieno il concetto di realismo affettivo, voglio citarvi uno dei casi per me più emblematici raccontati dall’autrice. Un caso famoso nella giurisprudenza americana. Un caso che però non ha comunque scalfitto le convinzioni che regolano le aree di tribunale americane.
Il caso si riferisce a una donna che identificò erroneamente il suo aggressore in un professore universitario. Lo ha riconosciuto durante la fase di indagine preliminare. Era sinceramente convinta che fosse lui il suo aggressore. In una situazione come questa rimanevano pochi dubbi.
La donna era fermamente convinta di averlo visto entrare nella propria stanza. La giustizia in un caso simile avrebbe dovuto prendere in considerazione assoluta le dichiarazioni della donna. Le conseguenze per l’imputato ovviamente sarebbero state gravi.
Quale miglior prova se non la conferma oculare?
Fortunatamente, per il professore universitario c’era un elemento che lo scagionava totalmente. In contemporanea all’aggressione, egli stava rilasciando un’intervista in diretta televisiva. Non poteva essere lui.
Ma come mai la donna l’aveva accusato in modo così convinto?
La causa è nel realismo affettivo. Questo fenomeno si verifica quando le emozioni influenzano la percezione, portando il cervello a “vedere” ciò che si aspetta o si teme. La donna, profondamente scossa dalla paura a seguito dell’entrata in casa dell’aggressore rimase colpita dall’ultimo fotogramma presente in tv. Il professore che veniva intervistato.
Purtroppo, il fotogramma si è associato all’evento traumatico in modo scorretto, diventando il protagonista dell’aggressione. Tutto ciò fa capire quanto sia facile avere una percezione distorta quando si combinano inconsapevolmente gli stati emotivi con ricordi e informazioni disponibili.
Nonostante la sua convinzione fosse sincera, l’identificazione era errata, dimostrando così in modo incontrovertibile quanto le emozioni possano alterare la memoria e la testimonianza. Feldman Barrett sottolinea che la percezione non è mai neutrale: il cervello predittivo filtra e interpreta la realtà attraverso il bilancio corporeo e le emozioni.
Questo caso evidenzia i limiti della testimonianza oculare come prova oggettiva e solleva interrogativi sull’affidabilità dei ricordi, soprattutto in contesti giudiziari. La scienza delle emozioni invita a considerare questi bias per evitare errori che potrebbero compromettere l’efficacia della giustizia.
Per esempio, un testimone oculare in un processo potrebbe essere convinto di aver visto un coltello, anche se quell’oggetto non era presente, perché il cervello costruisce la percezione basandosi su predizioni e non su dati oggettivi. Incastriamo la realtà all’interno delle nostre esperienze soggettive.
Esiste un altro caso di giustizia che mi ha colpito molto citato nel libro. Riguarda una differenza sostanziale nella percezione della rabbia da parte dei giudici e della stessa giuria popolare. La rabbia viene, infatti, spesso percepita come legittima negli uomini, considerata una risposta naturale e socialmente accettabile
Nelle donne, invece, è vista come una deviazione dai comportamenti emotivi “attesi”, come la tristezza o la paura. Una donna aggredita deve essere triste e non deve alzare la testa ed essere arrabbiata. Altrimenti, il sistema crede che se la sia cercata. Non sembra assurdo?
E se vi dicessi che in America in tante sentenze questa diversa percezione ha condizionato l’esito delle sentenze? Non fa paura?
A me personalmente sì, perché questo pregiudizio può portare a sentenze diverse anche su casi simili dove l’unica differenza è il genere di appartenenza: un fatto che non credo sia legittimo. Invece ci troviamo di fronte a situazioni assolutamente assurde (almeno per me).
Le donne che hanno reagito con rabbia a un’aggressione, portando rancore nei confronti dell’aggressore, sono state giudicate dai giudici e dalla giuria in modo più severo rispetto a un uomo che ha manifestato lo stesso stato emotivo.
Se fossero state tristi o impaurite avrebbero pertanto avuto una sentenza più corretta.
Siamo di fronte a quello che chiamiamo bias. Un bias cher riflette un modello culturale stereotipato che associa alle donne emozioni più remissive, penalizzandole quando esprimono emozioni percepite come “maschili”.
Lisa Feldman Barrett, per tutte queste ragioni, critica molto fortemente lo standard legale della “persona ragionevole”, basato su stereotipi incoerenti, e invita a un approccio più inclusivo e consapevole, che riconosca la complessità e l’unicità delle emozioni umane al di là del genere.
Questo fenomeno, purtroppo quasi impercettibile a livello consapevole, ha implicazioni profonde, soprattutto nel sistema giudiziario, dove i pregiudizi affettivi possono influenzare sia i giudici sia i giurati. Barrett suggerisce che il concetto legale della “persona ragionevole” potrebbe essere superato.
Non esiste infatti una persona completamente ragionevole (come la vorrebbe la giustizia americana, perlomeno), perché molto del nostro vissuto inconscio condiziona le nostre percezioni andando a modificare quel che abbiamo di fronte incastrandolo in quello che crediamo di avere di fronte.
Per tutte queste considerazioni, stanno da qualche anno “educando” i giudici a porsi alcune domande per poter ovviare al meccanismo inconscio che guida la loro scelta. Così l’effetto di interocezione e realismo affettivo potrebbero avere minori effetti, portando a sentenze più eque.
Emozioni e controllo: una nuova responsabilità
“L’ha colpito senza volerlo perché era sotto l’effetto della rabbia”.
“L’ha stuprata perché lei aveva un vestito succinto.”
“L’ha …”
Quante volte abbiamo sentito questi ragionamenti? Sono corretti?
Qui entra in gioco un altro aspetto rivoluzionario del libro: l’idea che le emozioni non siano completamente fuori dal nostro controllo, per quanto sembri così. Anche quando sembrano automatiche, Barrett sottolinea che il cervello predittivo ha margini di intervento.
Ciò significa che abbiamo una responsabilità maggiore nel regolare i nostri stati emotivi, così come le azioni che derivano da essi. Abbiamo spazio di manovra prima che tutto diventi così automatico da sembrarci impossibile da fermare.
Questo è particolarmente importante nei contesti legali: l’idea che “il mio cervello me lo ha fatto fare” è pseudoscienza, e Barrett smonta efficacemente questa giustificazione.
Le nostre azioni sono sempre frutto di una complessa interazione tra biologia, cultura e contesto, ma non per questo siamo privi di controllo o di navigazione emotiva. Possiamo fermarci prima quando impariamo a governare il nostro rapporto tra interocezione, realismo affettivo e contesto.
Serve allenarsi e diventare consapevoli dei propri meccanismi di interocezione, percezione, realismo affettivo.
Il valore della granularità emotiva
Come fare però a acquisire maggiore padronanza di questi meccanismi? Come governare meglio le proprie azioni?
È qui che Lisa Feldman Barrett introduce il concetto di granularità emotiva: la capacità di distinguere finemente tra diverse emozioni, attraverso parole differenti. Essere in grado di differenziare tra rabbia, irritazione o frustrazione non è solo un esercizio linguistico. Aumenta la nostra regolazione emotiva.
Questo livello di consapevolezza può migliorare la nostra capacità di prendere decisioni e di relazionarci con gli altri. Facile a dirsi, ma difficile a farsi se non siamo stati abituati da piccolini. I nostri genitori avrebbero dovuto insegnarci a distinguere tra un’emozione e l’altra nei diversi contesti.
I professori a scuola avrebbero dovuto dare spazio alla granularità emotiva, spiegandone l’importanza rispetto alla modulazione delle nostre emozioni nei contesti in cui viviamo. Non servono tra l’altro solo parole. Servono veri e propri esempi virtuosi.
Serve contornarsi di educatori e di persone capaci di condividerci la propria capacità di modulare le emozioni attraverso la capacità di guardarsi dentro, riconoscendo i nostri equilibri, le nostre reazioni inconsce e attribuendo il giusto vocabolo a ciò che realmente stiamo vivendo.
Come si può quindi capire, purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista), non è solo un fattore individuale, ma è anche un’esperienza sociale. Si tratta di qualcosa che si lega al contesto sociale e culturale che viviamo.
Più il contesto e la cultura in cui siamo immersi offrono maggiore o minore granularità emotiva, più le reazioni che avremo saranno modulate e avremo migliori possibilità di scelta.
La cultura, con i suoi concetti e stereotipi, plasma profondamente il modo in cui interpretiamo e viviamo le nostre emozioni nel bene e nel male. Questa prospettiva amplia il dibattito su temi come la giustizia sociale, la diversità e l’inclusione.
Le categorie definite dalla nostra cultura e delle quali non siamo consapevoli (tutte le espressioni maschiliste o femministe che possono permeare il nostro linguaggio automatico) possono influenzare le nostre percezioni e decisioni nel bene e nel male.
Il nostro compito secondo Lisa Feldman Barrett è quello di uscire dagli stereotipi alleandoci con persone che abbiano la nostra stessa intenzione di allargare e ricondizionare le nostre esperienze emozionali al fine di rendere sempre più facile la navigazione emotiva e una presa di decisione consapevole.
Serve allenarsi è vero, ma farlo insieme potrebbe essere bello, perché i frutti che arriveremo a cogliere saranno incredibilmente buoni. Lo stress calerà e raggiungerà il punto ottimale, ogni emozione sarà in grado di supportare al meglio le nostre decisioni (che potrebbero così essere ancora più sostenibili nel tempo).
Cosa mi porto a casa
Come sono fatte le emozioni è un libro che cambia radicalmente il modo in cui pensiamo alla mente umana. Lisa Feldman Barrett ci invita a lasciare da parte i vecchi schemi, dove le emozioni sono percepite come universali e ad abbracciare una visione più complessa e sfumata delle emozioni.
Biologia, cultura e contesto si intrecciano in modo indissolubile e non è a oggi possibile trovare uno schema universale che spieghi la vastità delle nostre reazioni.
Questo libro è un invito alla curiosità e alla riflessione, non solo per gli scienziati, ma per chiunque voglia comprendere meglio sé stesso e il mondo che lo circonda. Un testo fondamentale per chiunque sia interessato alla psicologia, alle neuroscienze e, più in generale, alla condizione umana.
Vi sintetizzo i 3 consigli che Lisa Feldman Barrett ci regala per poter migliorare nella nostra capacità di navigare le nostre emozioni, imparando a integrare interocezione, realismo affettivo e contesti in cui agiamo:
- Ampliare il vocabolario emozionale: imparare a distinguere e nominare con precisione le emozioni (ad esempio, rabbia, irritazione, frustrazione) aiuta a comprenderle meglio e a gestirle in modo efficace. Una maggiore granularità emozionale offre strumenti più raffinati per affrontare situazioni difficili.
- Collezionare esperienze: vivere situazioni diverse e variegate aiuta il cervello a costruire una base più ampia di concetti emozionali. Questo rende più facile interpretare e regolare le emozioni proprie e altrui, migliorando l’empatia e la resilienza.
- Ricategorizzare le emozioni: imparare a decostruire un’esperienza emotiva e a darle un nuovo significato, trasformando emozioni negative (come rabbia o paura) in opportunità di crescita o empatia. Questa flessibilità mentale aiuta a ridurre lo stress e a prendere decisioni migliori.
Chiudo con una riflessione personale che scaturisce dal libro, ma che coinvolge le mie emozioni e le mie percezioni. Ossia, in soldoni, credo ci siano dentro molti miei bias. Non sono uno studioso, mi sono fatto solo un’opinione personale rispetto ciò che ha scritto l’autrice in questo libro.
Trovo bello e affascinante che le emozioni non siano innate. Perché ci dà spazio di manovra maggiore. Credo allo stesso tempo che alcuni automatismi si passino per epigenetica anche tra genitori e figli senza trasmissione educativa.
Nasciamo con alcuni concetti già presenti nel nostro cervello. Si slatentizzano man mano cresciamo e sono sicuramente premiati dai nostri genitori che ci hanno educato in modo coerente con il proprio setting emotivo. Non saranno innate, ma ci sono risposte davvero immediate che lo sembrano proprio.
Mi piace molto l’idea che … Anche per Lisa Feldman Bennet io possa imparare a distanziarmi da situazioni che ormai so mi fanno perdere il controllo. O meglio la mia sana navigazione emotiva, ampliando il mio linguaggio emozionale e individuando i miei sentieri emozionali.
Mi attrae l’idea che questo ampliamento del linguaggio non sia solo legato ai termini emotivi ma riguardi il modo con cui guardiamo le cose. Mi torna in mente in modo forte quando capii la forza del modello costruttivista. Siamo noi a costruire la nostra realtà attraverso le parole che …siamo in grado di scegliere.
Grazie Lisa Feldman Barrett per avermi offerto tanti spunti di riflessione e per aver specificato che anche la tua è solo una teoria piena di concetti che potrebbero essere smontati domani e che per te questo non sarebbe un problema.
Perché l’evoluzione passa per la rottura degli schemi passati e questo libro è una bella “arma” per farlo con maggiore consapevolezza.
