Balikwas: il salto di paradigma che non ti aspetti

Balikwas: il salto di paradigma che non ti aspetti

Filippine

Vi è mai capitato di scoprire di aver radicalmente cambiato il vostro punto di vista?

Vi è mai successo in modo totalmente casuale, magari grazie a un fatto completamente fortuito?

Come avete reagito in quel preciso momento?

Introduzione al salto Balikwas

“Le tre del mattino” mi ha decisamente rapito. Prima di leggerlo ero incuriosito. Ero convinto che mi potesse piacere, perché i miei genitori dopo averlo letto mi avevano riferito un breve feedback. Libro profondo, toccante. Da leggere.

Mi lusingava che gli fosse piaciuto, perché l’avevo regalato a mamma in occasione del suo compleanno e speravo proprio che la appassionasse. Speravo che ne fosse sedotta un po’ come anni fa mi ero sentito sedotto dal primo libro che lessi di Gianrico Carofiglio: “il silenzio dell’onda”.

Ancora ricordo la profondità con cui erano descritti i personaggi. La capacità di Gianrico di entrare e uscire da essi. Alternando riflessioni e fatti, emozioni e spiegazioni.

Mi sentivo predisposto positivamente. Avevo tantissima voglia di partecipare a un altro viaggio letterario. Entrare nello sguardo di nuovi protagonisti. Scoprire come le competenze tecniche di comunicazione di Gianrico Carofiglio fossero state inserite all’interno di quest’opera.

Allo stesso tempo, avevo dei dubbi. Il carico di aspettative, di lettura in lettura, era diventato incredibilmente alto. E sono consapevole che quando mi carico di troppe attese, la delusione può essere per me dietro l’angolo.

Prima scoperta: un salto di punto di vista

Ho scelto di percorrere i primi passi all’interno della vita di Antonio in punta di piedi. Parola per parola, pagina per pagina, cercando di ascoltare le mie sensazioni. Avessi provato anche la minima sensazione di noia, fastidio, o altro, avrei smesso. Non volevo forzarmi e rovinarmi una lettura, leggendola nel momento sbagliato.

Invece, Antonio, un ragazzo adolescente, solitario e risentito con il mondo a causa di un forma di epilessia idiopatica, mi trascina con sé, all’interno delle sue paure, dei suoi spettri e dei suoi rapporti con il mondo che lo circonda. Questa forma di epilessia lo costringe a non vivere una vita “normale”.

Le cure che gli avevano somministrato per quanto riducessero gli effetti della malattia, lo sedavano e non lo facevano sentire a proprio agio nel mondo.

La cosa più grave era, però, un’altra. Il paziente non avrebbe dovuto fare nessuno sforzo per evitare che si scatenasse una ennesima crisi. Questo significava abbandonare il calcio e i giochi fisici con gli amici. Una vita vissuta “da diverso”.

Questi ingredienti, in età adolescenziale, uniti alla sensazione di dover nascondere questo stato per una sorta di (oggi incomprensibile) vergogna, potevano ledere  in modo imprevedibile la sua personalità.

Gianrico Carofiglio 3 del mattino

Fortunatamente, i genitori, seppur separati da qualche anno e poco interessati a dialogare, sono uniti dalla preoccupazione per gli sviluppi futuri della malattia. Così, insieme, decidono di portarlo a Marsiglia.

All’interno del Centre Saint-Paul, si presenta un luminare, il dottor Gastaut, che con il suo modo di fare “comunicava un’idea di risolutezza allegra e un po’ guascone. Dopo aver controllato tutte le analisi e svolto una visita approfondita, il professore tranquillizza i genitori dicendo che, fortunatamente, la forma di Antonio è di quelle meno gravi, dà speranze sul futuro e fornisce un approccio terapeutico più adatto alla sua casistica.

Ma, soprattutto, lo riabilita emozionalmente.

Ma come fa?

La comunicazione che aiuta a guarire

Il dottor  Gastaut, dopo essersi preoccupato delle informazioni tecniche, gli chiede quasi a brucia pelo: “C’è qualcosa che ti piace fare, particolarmente, Antonio? Hai qualche talento? Musica, disegno, una destrezza speciale?”

Questa domanda inizialmente spiazza Antonio, perché non ne capisce le ragioni. Risponde che sa disegnare bene. Il professore a quel punto gli chiede un ritratto fornendogli due matite e un foglio di carta. Antonio in pochi minuti riesce a completare l’opera e dopo averla consegnata al medico, gli chiede quale sia la ragione di quella particolare richiesta.

Il dottor Gastaut gli rivela che tantissimi grandi artisti hanno in comune con lui la presenza nella loro vita di questa speciale malattia. Tanto per fare alcuni esempi:

Aristotele, Pascal, Edgar Allan Poe, Fëdor Dostoevskij, Georg Friedrich, Händel, Giulio Cesare, Gustave Flaubert, Guy de Maupassant,
Hector Berlioz, Isaac Newton, Molière, Lev Tolstoj, Leonardo da Vinci, Ludwig van Beethoven, Michelangelo, Socrate, Vincent Van Gogh, Pietro il grande.

Cosa smuove in Antonio questa scoperta?

Una nuova consapevolezza inizia a scuoterlo da dentro. Antonio può smettere di vergognarsi e può finalmente sentirsi in bella compagnia.

Ribaltamento delle convinzioni

Questa conoscenza profonda, dimostrata attraverso le citazioni e il ricalco di alcune caratteristiche presenti nella sua vita, aumenta la fiducia di Antonio nei confronti della sua possibile guarigione e lo fa andare via da Marsiglia carico di speranze. Il prossimo appuntamento sarà tra 3 anni. Un’eternità per un giovane a cui hanno appena ridato la speranza.

Seconda scoperta: il salto Balikwas

In un batter di ciglia, i 3 anni si consumano. Così, senza pietà, giunge il momento di fare chiarezza sul futuro di Antonio. Le abitudini fanno brutti scherzi. Antonio non vuole tornare a Marsiglia, perché la terapia funziona. Si è affezionato alle sue ritualità. Si domanda perché debba essere interrotto un meccanismo così oliato. La routine ora gli permette di fare tutto e lo tranquillizza.

Perché rovinare le cose? Perché sparigliare le carte?

Seppur controvoglia, Antonio inizia il viaggio verso Marsiglia con il papà. Un brillante matematico con cui Antonio non riesce a dialogare. Non sembra esserci algoritmo capace di scardinare i gusci di entrambi.

Quando tutto sembra essere concluso, il luminare spiega loro che l’unico modo per essere certi della scomparsa della patologia è quello di seguire un protocollo particolare della durata di due giorni.

Due giorni da trascorrere insieme, senza mai addormentarsi. Due giorni in cui un papà e un figlio, estranei da tanto tempo, sono obbligati a dialogare svelando poco alla volta chi sono e cosa provano nei confronti dell’altro.

Due giorni che sembrano un’eternità. Due giorni che segnano il salto da un’era a un’altra. Due giorni di completa trasformazione che lascerà entrambi diversi.

Questo percorso passa per diverse fasi. Molti momenti sono vissuti in stato di flusso, in assenza di consapevolezza. Poi, però, arrivano dei momenti di piena illuminazione di ciò che è accaduto e/o sta accadendo.

Balikwas

Qui, Gianrico Carofiglio si affida alla  lingua Tagalog, una delle principali delle Filippine.  Balikwas [bolikuaes] vuol dire saltare improvvisamente in un’altra situazione, grazie a un nuovo punto di vista. Ci si sente sorpresi, perché ciò che sapevamo prima non è in grado di spiegare ciò che abbiamo di fronte adesso. Si tratta di un vero e proprio salto di paradigma, dove il significato, per noi noto, delle cose che abbiamo intorno, non è più lo stesso. Quando cambiamento di punto di vista è indelebile, eterno, totalizzante.

Conclusioni per fare un grande salto

Ringrazio questo libro per avermi regalato un’ennesima dimostrazione di quanto la letteratura (e Carofiglio in particolare) possa regalare messaggi profondi.

La vita di questa famiglia è paradigmatica. Le routine, le incomprensioni, i pregiudizi non ci fanno vedere “bene”. Non sempre ci accorgiamo che se solo lasciassimo andare alcuni di questi filtri, potremmo accorgerci dei continui momenti in cui potrebbe emergere un “Bakikwas”.

Preferiamo tener stretti i significati che abbiamo appreso e confermato nel tempo. Convinzioni che ci sembrano spiegare bene quanto ci accade intorno. Rendono tutto prevedibile e sicuro.

Sono le nostre medicine. Quelle che Antonio non vorrebbe cambiare, perché, effettivamente, ora fanno parte della sua “normalità”. Ci attacchiamo a queste interpretazioni anche se ci limitano e non ci permettono di esplodere i nostri talenti e liberare il nostro valore.

La nostra energia, purtroppo, si sprigiona solo quando riusciamo a fare dei salti di paradigma. Diceva, in alcuni suoi scritti, Castaneda che per ottenere più energia serve fare un “agguato” alle nostre abitudini. I Balikwas possono essere degli agguati ai nostri punti di vista.

In questo modo, il nostro ascolto di noi stessi e degli altri può diventare generativo e accogliente.

La formazione, la scuola, le famiglie, le religioni, gli amici possono essere fonti infinite di generazione di “Balikwas”. Da soli è dura, insieme è illuminante. Accompagnatevi con persone che capiscono la lingua Tagalog

Con questo augurio, vi invito a leggere “Le tre di notte” e a mandarvi un vostro prezioso feedback.

Buona lettura!

Fabio

#Connectance #LearningBySharing #Talenti #SaltoDiParadigma

 

 

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